lunedì 19 dicembre 2016

disprezzo ed egoismo

Succede che una persona si senta male, non è più giovane, ha compiuto 80 anni a luglio, ma è una roccia.
Per dirtelo, ti chiamano mentre stai andando in udienza fuori città, non lontanissima, no, ad un'oretta di macchina.
Chi ti avverte però è molto più vicino, fisicamente almeno, emotivamente non ce la fa.
Di rinforzo, dopo poco arriva una telefonata da oltre oceano.
E tu, che sei una con concetto di famiglia giusto un po' diverso, ti sobbarchi.
Ti fermi, con l'occhio all'orologio, convinci l'interessato ad andare all'ospedale, organizzi, brighi, verifichi.
Sopporti le lamentele, altrui, sul precario stato di salute e sulle ragioni che di certo (!) lo hanno causato, ragioni che, guarda caso sono tutte e solo quelle che la benintenzionata cerca di rimuovere da almeno 20 anni con nessun successo.
Le stesse che consentono al sant'uomo di mantenere un discreto equilibrio psichico
Nel frattempo il malato guarisce ed essendo un uomo saggio ed indipendente, al controllo radiologico va senza bisogno del tuo supporto.
Il radiologo, professionista scrupoloso, non si limita ad accertare la guarigione, ma fa presente che "vede" un nodulino alla tiroide e suggerisce approfondimenti.
Da allora il delirio.
Non per l'interessato e certo non da parte dell'interessato.
Naturalmente è preoccupato, chi non lo sarebbe?
Naturalmente, tutti siamo preoccupati, chi non lo sarebbe?
Già.
Solo che la maggior parte di noi è preoccupata per lui.
Non tutti però
Nei 10 giorni tra il rinvio al medico curante e la TAC, ci sono state telefonate al limite del delirante, pianti da morto sulla bara, minacce di infarto (sia mai che qualcuno osi morire prima di lei e farle un simile affronto) e soprattutto discussioni infinite su come sarebbe "rimasta" la poveretta (che non ha, giustamente, nessuna intenzione di morire davvero).
Da oltre oceano, come al solito si minimizza, si blocca il numero, si chiama per informazioni veritiere e per dire che si soffre per una situazione che non è mai stata facile e non può certo migliorare.
Da questa parte idem, con qualche difficoltà pratico organizzativa in più ed un carico emotivo molto più pesante.
Venerdì ho accompagnato la coppia all'ospedale.
Io, perchè aggiungere alla settimana, già pesante, pure un matricidio mi pareva brutto.
Non ero al mio meglio però: due trasferte, tre udienze difficili, un bambino malato, mio padre col febbrone, discussioni con l'architetto per un problema alla casa, non mi sono stati di aiuto.
Veramente neanche un'intercessione divina avrebbe potuto dotarmi della fortitudine necessaria a gestire con pacatezza ed eleganza una persona che parla del marito, presente, come se fosse già condannato a morte certa, preferibilmente tra atroci sofferenze, evidenziando che lei, poveretta, non saprà più come fare la spesa visto che non guida da anni.
L'ho trattata male.
Ed in tutto questo, dopo anni di discussioni, confessioni, difficoltà, ho capito, davvero, dentro di me, con lo stomaco e non con la testa, come si possa arrivare a disprezzare una persona che è tua madre.
Lui almeno non ha niente di preoccupante

martedì 6 dicembre 2016

Condiscendenza, referendum e mariti

Se c'è una cosa che non sopporto è la condiscendenza.
La condiscendenza mi dà l'orticaria, tutta, in ogni forma, la trovo una forma subdola, e perciò particolarmente odiosa, di superbia.
Il fatto poi che, per essere tale, debba necessariamente essere ammantata di cortesia e spesso di cortesia zuccherosa, mi fa rizzare tutti i peli del collo.
Tra tutte le forme che la condiscendenza può assumere ce n'è una che riesce a mettere nel nulla tutta la mia capacità di vivere in modo razionale: è la condiscendenza del maschio verso la femmina.
Se siete donne la conoscete, ricorre tutte le volte in cui un uomo vi tratta come se vi mancassero due neuroni, quelli per l'appunto necessari a comprendere un ragionamento complesso o a bloccare una reazione puramente uterina.
Vi guarda, in genere sorride dolcemente, a volte cambia tono di voce, adotta un linguaggio più semplice e più lento, vi ripete il suo punto di vista.
Tranquille, lo sa, non è colpa vostra, siete solo un po' tarde.
E' biologico.
Ecco, io davanti a certi atteggiamenti divento un'erinni.
Mio marito lo sa.
Non che lui sia mai stato condiscendente nei miei confronti.
Litighiamo da 21 anni e ci siamo fatti anche molto male, ma se mi ha dato della scema qualche volta, trattarmi da scema non è cosa che abbia mai fatto.
Quando litighiamo di politica a volte si trascende, sta nelle cose, la politica è passione e le lingue sono piuttosto taglienti.
Sul referendum non eravamo d'accordo.
Lui voleva votare no per ragioni che non avevano niente a che fare col testo della riforma e molto con "al mio segnale scatenate l'inferno".
Alla fine non ce l'ha fatta.
Era un po' troppo, in effetti.
Io non ero molto convinta sulla bontà del testo della riforma (diciamo così), ma volevo votare si.
Ce l'ho fatta (ho meno problemi di digestione) e non è servito a molto.
Non abbiamo discusso su questo, figurarsi, per me può votare anche Paperino
E nemmeno perchè ieri gongolava, come se fosse stato il suo voto (non dato) quello decisivo.
No abbiamo discusso perchè, udite udite, siamo d'accordo.
Siamo d'accordo sul fatto che il centro destra è a pezzi e finalmente, emergerà tutta intera la crisi del centro sinistra (sottotraccia da almeno un ventennio), sul fatto che i 5 stelle sono, almeno fin ora, penosi, che la lega è la lega, insomma che siamo nella melma come prima ed ancora più di prima.
Siamo d'accordo, dice lui tutto contento.
Non siamo d'accordo, dico io, tutta inviperita, tu sei contento a me girano che vado a elica.
Mentre ci accapigliamo sul punto, Totila mi sgrana in faccia i suoi occhioni blu e mi fa: " scusa mamma, ma sei birbona sai? Se il babbo vuole essere d'accordo con te non è affatto gentile che tu insista a non volere essere d'accordo con lui"
Volevate sapere come nasce la condiscendenza maschile?
Così

mercoledì 30 novembre 2016

Il luddista che è in me, il luddista che è in te

Il luddista che è in me
Dentro di me c'è un luddista.
Una veramente, chè è sicuramente femmina.
Non distrugge macchinari industriali innovativi, ma si oppone strenuamente a certi effetti di una certa rivoluzione tecnologica.
E' molto impegnata a tessere a mano la stoffa per i suoi abiti, a bollire la biancheria nel calderone con la cenere e, naturalmente a produrre il sapone col sego del maiale e la soda.
Sarà per questo che in genere non gode di troppa considerazione: non so se avete idea di come vengano i capelli lavati col sapone, però su certi argomenti non mi lascia scampo.
Così io non compro roba on line. Niente vestiti o pentole, cosmetici o scarpe, lenzuola o soprammobili.
Certo scarico libri, musica, contenuti multimediali, ma non acquisto beni "fisici".
Non mi piace.
Capita che la mia luddista ed io, ci sediamo con un device e curiosiamo su questo o quel prodotto, ma se ci innamoriamo, andiamo in negozio ad annusarlo, provarlo, soppesarlo.
Ho bisogno del luogo fisico per divertirmi.
Per questo mi dici ridendo che sono proprio strana e non posso sperare di fare affari on line visto che faccio l'esatto opposto della gente "normale".
Nel tuo ragionamento, verissimo per altro, i "normali" sono quelli che molestano poveri commessi ignari facendosi dare mille e mille informazioni su un prodotto (ovviamente standard e standardizzato) che hanno la ferma intenzione di acquistare su qualche sito.
Il "prodotto" è qualsiasi cosa, anche un paio di scarpe.
Non che tu abbia torto naturalmente, ma, a parte il fastidio di importunare una persona a vuoto, la verità è che la mia luddista ed io professiamo una religione che discrimina pesantemente chi compra le scarpe on line.
Posso solo dire a mia difesa che, in materia di  scarpe, non ho un atteggiamento razionale.
Il luddista che è in te
Il luddista che è in te è diverso.
Non sono nemmeno sicura tu sia consapevole di ospitarne uno, ma c'è ed è pure invadente, sappilo.
Certo non si oppone all'acquisto di bigiotteria on line e nemmeno di cosmetici.
Non si strappa i capelli se compri cachemere (asseritamente) italiano da una società americana che ti spedisce un pacco via aerea da là (o così dice)
Non ti tiene lontana da whatsapp.
E per fortuna tua non ti impedisce di lavorare, come tutti, attaccata ad aggiornamenti e mail.
Però si impone e stravince quando si tratta di bambini
Ti ascolto e mi ricordi una mia vecchia conoscenza, ex bimba obesa, che vietava ai figli ogni tipo di dolce in via precauzionale.
Lei ovviamente ne mangiava di quando in quando.
Siamo tutti d'accordo che c'è molto di più al mondo dell'accesso alla tecnologia e che i bambini dovrebbero potere giocare, muoversi, stare insieme, stare soli, leggere, ammorbare i genitori con richieste inopportune (non sono forse deliziosi quando lo fanno?) e via e via.
Solo che non capisco perchè l'accesso ad un computer dovrebbe distruggere tutto questo.
E no, non parlo delle lezioni di informatica.
Quelle sono come la teoria a scuola guida.
Utile per carità, ma non impari a guidare perchè hai studiato come è fatto un motore.
I device sono strumenti come tutti gli altri, strumenti indispensabili, è bene che imparino a maneggiarli con l'aiuto ed il controllo (continuo e discreto) dei grandi finchè sono piccoli, perchè altrimenti prima o poi si aprirà loro un mondo che non sapranno gestire.
Lo sai come è finita ai bambini della mia conoscente?
La prima volta che sono andati ad una festa senza la mamma, si sono ingozzati fino a stare male e nessuno si spiegava come potesse essere successo che non sapessero controllarsi.
Io ci penserei.
Pippo può venire da noi quando vuole, Attila sarà felice di mostrargli il suo computer (da lontano chè lo fa toccare solo al padre)






giovedì 17 novembre 2016

Teatro. E scarpe da

Ieri era la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Oggi è quella del neonato prematuro.
Mi premono entrambe moltissimo.
Se non ve ne siete accorti, però, non vi preoccupate.
Ormai ogni giorno è una giornata internazionale, io per dire, aspetto con impazienza crescente anche quella della commiserazione per chi ha i capelli ricci in una stagione umida.
Detto questo.
L'ordine cui appartengo con alterna soddisfazione, ieri organizzava una rappresentazione teatrale sul tema: Artemisia Gentileschi, la forza del dolore.
Artemisia è una donna affascinante, ha dipinto una Giuditta che sgozza Oloferne che è una vera meraviglia, accostabile a un Caravaggio, più bella della Giuditta di Caravaggio, per me.
Stupenda
Tutte le volte che la guardo, mi chiedo se le sarebbe venuta così se non l'avessero stuprata e se non avesse dovuto affrontare un processo in cui, bada strano, toccò a lei giustificarsi e dimostrare di non essere una puttana.
L'arte sublima la vita no?
La rappresentazione era alle 21,00.
Bell'orario le nove in una giornata di lavoro.
Abbiamo palleggiato i bambini, organizzato una cena dopo teatro (chè prima per me è merenda), ma farcela a passare da casa per cambiarsi era troppo.
Andare a teatro in grisaglia?
Escluso
E poi...ho comprato una gonna qualche giorno fa.
Una gonna a ruota, di raso di seta, pesante, appena lucida, grigio perla.
Una gonna che è un omaggio a certi film di Hitchock, a Grace Kelly, ai cataloghi del New Look di Dior.
Niente che c'entri qualcosa con la mia vita.
Quindi perfetta.
Per tutto il giorno la gonna se ne è stata quieta insieme a calze grosse e francesine, consapevole di mettermi un po' a disagio.
In borsa però avevo calze 5 denari (un suicidio, le guardi prima di aprire la confezione e sono rotte) pochette assolutamente inutile e scarpe da teatro.
Le conoscete le scarpe da teatro?
Le scarpe da teatro devono essere bellissime, attrarre l'attenzione e gli sguardi di tutte le donne presenti (ai maschi in genere interessano altre cose), ma non consentire più di un centinaio di passi, meglio qualche decina in meno.
Prima di indossarle è opportuno calcolare bene: 5 passi dalla macchina all'ingresso, 10 nel foyer, 7/8 scalini, 20 passi massimo fino alla poltrona, 2 minuti in piedi per salutare eventuali conoscenti, poi finalmente seduta, gambe parallele, ginocchia accostate (mai cedere alla gamba accavallata, chè se poggi tutto il corpo su un piede poi auguri), all'intervallo è consentito alzarsi, ma non azzardare più della fine della fila, massimo il corridoio, niente ridotto sia mai, e dopo, per la cena, il ristorante deve essere in fondo alla strada, non oltre.
Il giorno dopo, comunque, scarpe da ginnastica, comode.
Naturalmente io ce l'ho.
Io ne posso fare commercio di scarpe da teatro.
Comprerei solo quelle
Già.
Solo che in centro a Firenze non parcheggiano nemmeno i capi di stato, figurarsi noi, e dallo studio al teatro ci saranno 5 minuti di passeggiata .
Bellissima per altro, tra la Sinagoga e sant'Ambrogio.
Andiamo a piedi, dice lui, con le sue stringate del cavolo.
Ma certo!
Cinque minuti di passeggiata piacevole, si trasformano con quelle cose ai piedi, in 20 minuti di supplizio, se sei in ritardo e ce ne devi mettere tre, hai solo una speranza: essere una disgraziata.
Ed io, modestamente...
Ho fatto tutto il percorso con una gonna che mi ballava intorno con grazia, un cappotto delicatamente accostato, il rossetto steso con cura; sembravo quasi una signora se non fosse stato per le scarpe.
Le scarpe saldamente strette in mano.
Ho caracollato, sulle punte naturalmente, imprecando per le calze, osservando ogni centimetro di marciapiede, scavalcando pisciate di cane e biciclette e, subito prima di girare l'angolo, mi sono infilata quegli splendori.
5 passi.
Ero dentro.
Ed eccomi qua, quella che non può che tacere quando qualcuno si stupisce che certe donne, nei secoli "bui", morissero per essersi fatte stringere troppo un corsetto.
Che potrei dire?
Mi poteva andare peggio?



martedì 15 novembre 2016

Restauri e colloqui scolastici

Sei lì.
Apri la porta della scuola con un po' d'ansia.
Sai che di uno ti diranno che è bravo, brillante, ma inizia a rispondere con un filo di arroganza preadolescenziale che disturba.
Già.
Non te ne eri accorta.
Davvero
Dell'altro, non lo sai cosa ti diranno.
Per te ha un grandissimo bisogno di trovare sicurezza in se stesso
E non sai come venire a patti con questa novità.
Il tuo bambino immenso, il padrone del mondo, trasformato in un cucciolo titubante e timoroso.
Sempre latin lover però.
Sul pianerottolo insulti mentalmente tuo marito: ancora non è arrivato, dovrai presidiare entrambe le postazioni finchè non arriva il vostro turno, figurarsi se non c'è un ritardo e, chiaramente, le classi non sono vicine. Gli mandi un whatsapp "se ci sei, ci sei, se no, pazienza sapranno che non ti importa"
Sei stata sciocca a prendere due appuntamenti a distanza di 15 minuti l'uno dall'altro, ma ormai è fatta e non lo ammetterai nemmeno sotto tortura, meglio giocare con il suo senso di colpa cattolico, generoso lascito delle sue suorine.
Arrivi davanti alla porta della prima, riconosci tre genitori in tutto e due non sai a che figlio accoppiarli.
Perfetto.
Mentre prepari un sorriso educato e neutro, uno stempiato col barbone e la pancetta ti saluta calorosamente.
Ti conosce.
Lui.
E inizia una conversazione: bambini, bel salto, tempo, pazienza, stimoli, gite
Chi sei tu, signore di mezza età e poca bellezza, che mi conosci ?
La porta si apre, la maestra di italiano saluta una mamma e poi chiama: "Tizio"
Il barbone sorride, ti saluta, entra.
Riconosci il cognome.
E' un amico di tua cugina
E' quel ragazzetto magro magro, con una cesta di capelli biondi lunghi fino ai fianchi e la passione per gli AC DC.
Uno specchio, yi serve uno specchio
E un bravissimo chirurgo plastico
Un luminare

venerdì 11 novembre 2016

Avete rotto

Gli americani hanno votato ed hanno eletto Trump.
A me non piace.
E non è nemmeno il solo.
Ce ne sono tantissimi.
Un nome?
Vediamo... mi sforzerò di essere originale e dirò...
Orban
Va bene?
Uno a caso.
Ma non è questo.
Da quando lo hanno eletto non faccio che leggere di gente stranita, basita, sconvolta, in lutto.
Qui e lì.
Manifestazioni con le candele tipo via crucis di paese in un Paese dove non mi pareva si facessero tante processioni (almeno quelle)
Ragazzini in piazza come ai bei tempi, quando si faceva una manifestazione per la legge sull'aborto votata vent'anni prima e non seriamente in contestazione.
Etero che paventano la fine del mondo per i gay o i transgender dei quali, azzardo, fino a mezz'ora prima non si interessavano nè poco nè punto se non per autocongratularsi della scelta della città in cui vivere.
E comunque, vorrei sapere, perchè nessuno mai si fila gli intersex?
A tutti questi dico: avete rotto.
Ma tanto eh!
Non vi piace?
Benvenuti nel club.
Potevate votare?
Avete votato?
Bene.
Avete votato lui?
In punizione dietro la lavagna (no, non perchè l'avete votato, perchè i bugiardi mi stanno sulle scatole)
Avete votato altro?
Bene
Non potevate?
Pazienza
In ogni caso.
E' stato eletto.
Non è una vergogna.
E' la democrazia.
Non votano solo quelli col fiocchino blu
Sarebbe meglio, lo so, cioè sarebbe meglio per voi che pensate sempre di essere tra quelli col fiocchino blu (ma va?), ma dice che c'è il suffragio universale.
Delusi?
Consolatevi con Platone
E se vi avanza tempo chiedetevi perchè ha vinto lui e non Sanders
(Sanders, cioè davvero pensavate potesse avere una chance?)
PS se vivete lì e, in qualsiasi modo la pensiate, mi dite un'altra volta che non posso capire perchè non ci vivo (non perchè sono scema/mi mancano dei pezzi/non ho considerato qualcosa) vi azzanno alla gola. Oh tutto il politically correct di cui cianciate dove lo avete messo?

martedì 8 novembre 2016

Il terremoto e Dante

Dopo il terremoto di quest'estate, dopo Amatrice, Accumuli, ho sentito più e più volte persone lamentarsi che l'Italia non è la California o il Giappone.
Non ho mai detto niente. Semplicemente non penso di potermi abbassare a discutere con chi, per ignoranza o stupidità, paragona situazioni così diverse.
Ad un certo punto si deve ammettere di essere stati sconfitti.

Passata la prima fase, con questa seconda ondata, i commenti beceri si sono spostati dal "perchè non abbiamo borghi dell'alto medioevo costruiti con le più aggiornate tecniche antisismiche? Che paese di merda!" a: "è necessario che tutto sia preservato! Potrebbe succedere ovunque! Quindi anche ciò che non è stato colpito dal terremoto  deve essere oggetto di adeguamento alle più moderne tecniche antisismiche!"
E qui, no, lo confesso non ce l'ho fatta.
All'ennesima uscita, ieri, ho puntato i miei occhi miopi in faccia al mio interlocutore e ho chiesto quando inizia i lavori a casa sua.
Di più, ho parlato:
- della necessità di farsi redigere un buon progetto da un bravo professionista,
- dei costi, (basteranno un migliaio di euro al metro quadro?) 
- dell'attenzione da porre affinchè tutto sia adeguatamente fatturato perchè ci sono interessantissimi incentivi fiscali, ma i bonifici devono essere fatti nel modo giusto,
- allo spazio che certo si perderà, poichè come è ovvio, se non puoi mettere la struttura fuori (e perdere tutta quella bella pietra faccia vista) dovrai metterla dentro
- e dei tempi, chè si sa, sono biblici
Come previsto ho incontrato uno sguardo vacuo, spento e un "no, ma lo Stato..."
Già lo Stato.
Potrebbe assumere tutti gli ingegneri strutturalisti e far loro progettare l'adeguamento di tutte le case private.
Poi potrebbe dare incarico a tutte le imprese edili della nazione, previa verifica dell'ANAC, e sistemarle tutte.
Certo c'è il problemino della proprietà privata, ma che sarà mai!
Basta che ci pensi pantalone

E così, come sempre, mi è passato accanto un aggrottatissimo Dante mugugnante

Mormora

..."Molti han giustizia in cor, ma tardi scocca,
Per non venir senza consiglio all'arco;
Ma il popol tuo l'ha in sommo della bocca...
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
non donna di province ma bordello!

venerdì 4 novembre 2016

Come Ghandi, ma rincitrullito

Parlo con la dottoressa di studio, la dott. OcchiBelli.
Aspetto delle persone e, con il loro consenso, lei assisterà alla sessione.
Mi dice che non le piacciono.
Non le conosce ancora, ma non le piacciono lo stesso.
Ha preso qualche telefonata, ha assistito a qualche scambio di vedute tra mio marito e me sulla gestione dei rapporti con questi clienti, a qualche sfogo, all'usuale dose di cinismo che è cattiveria e difesa.
Ha tratto le sue conclusioni.
Sono arroganti, tanto arroganti, millantano "conoscenze", sproloquiano di diritto, battono i pugni (metaforicamente si intende).
Non si fidano.
Forse hanno solo paura, le dico.
Sono arrivati qui dopo due gradi di giudizio andati malissimo.
E tanto basterebbe
Ma c'è di più, la loro situazione è tanto complessa quanto dolorosa.
Il dolore non aiuta
Inoltre sono persone semplici, non è una colpa, ma se non si hanno certi strumenti culturali è più facile sentirsi insicuri e temere che ci sia qualcosa che sfugge o viene taciuto anche se non è così.
Mi guarda scettica.
Lo so che pensa sia stata sostituita da una specie di Ghandi rincitrullito, ma non lo sono.
Fa parte del lavoro o meglio, fa parte di come intendo io il mio lavoro cercare di capire chi si ha davanti e dargli ciò che gli serve non solo dal punto di vista tecnico.
Poi si, per carità, posso essere la peggiore strega del circondario, inventare soprannomi terribili, lasciarmi andare a battute triviali e velenosissime, ma quello è il mio modo di alleviare la tensione, di mettere uno schermo tra me e loro.
Non è facile trovare un equilibrio tra l'attenzione vera e profonda per le persone ed il distacco necessario per valutare una questione dal solo punto giuridico.
Non mi interessa essere gentile o accogliente in modo superficiale, con tutti nello stesso modo, mai, e ancora meno in casi come questo
Non posso però nemmeno agire come un'amica, perchè i clienti non sono amici ed è bene così.
Compassione è una parola abusata e bistrattata, ma meriterebbe più attenzione
Sarà per questo che me li ciuccio io, questi

venerdì 28 ottobre 2016

Vaccini e scoperte

Siamo in macchina, Totila ed io, sono andata prenderlo all'uscita di scuola e lo porto dalla dottoressa per fare i richiami dei vaccini.
So che lo aspettano almeno tre punture, ma lui non è consapevole del numero.
Forse anche per questo è arrabbiato e spaventato.
Diciamolo, avere dei fratelli maggiori portati per il terrorismo psicologico è una vera jattura.
Lo tento promettendogli un buon gelato per merenda, siamo in anticipo, gli dico, ci fermiamo alla gelateria prima di andare e ci facciamo mettere anche la panna montata se vuoi.
Mamma inqualificabile.
Lui però tace; tace e continua a tacere per una decina di minuti buoni.
Tiene lo sguardo ostinatamente fisso fuori dal finestrino e non molla il broncio.
Poi all'improvviso attacca con tutto lo sdegno che riesce ad esprimere:
"ho finalmente capito chi è quello davvero cattivo nella nostra famiglia. E sei te"
Non devo ridere, non devo.

mercoledì 19 ottobre 2016

Io sono una Medici, mica quelli lì

Ciao,
Sono Anna Maria Luisa/Luigia/Lodovica... va be' facciamo Anna Maria e non se ne parli più.
In casa mia hanno fatto un po' di casino con me.
Il nome è il meno.
La mia mamma era così contenta che arrivassi che quando ha scoperto di essere incinta si è scapicollata una giornata intera a cavallo per vedere se le riusciva di abortire.
Ma io non sono una principessa francese tutta nei posticci e bon bon come lei, ho preso dai miei vecchi, quelli di via Larga, un po' d'aria fresca mi ha fatto solo bene.
Infatti sono nata.
E mi piace un sacco andare a cavallo.
Quando avevo un po' meno di nove anni, il babbo e la mamma si sono separati.
Lei ha rinunciato a tre o quattro cose (privilegi da Orleans, titoli, roba), ha detto che tornava a casa sua e si chiudeva in convento (siii, a voglia, proprio lei che non se ne faceva scappare mezzo) e non l'abbiamo più vista.
Per fortuna c'erano il babbo e la nonna (che in ritratto viene malissimo, ma mi voleva tanto bene).
Siccome non ero tanto svenevole e vezzosa, quando ero giovane, dicevano che ero fredda e scostante. Però insomma, mettetemi nei miei panni, i miei 'un si potevano vedere nemmeno dipinti, la mi' nonna 'un faceva che dirmi che avevo dei doveri come principessa di rango e che per carità imparassi a tenermi e non fare la scema come quella tr...ia di mi' ma' e in più ero bellina si, ma come un corazziere.
Tra me e la tenera fanciullina di moda a mi' tempi, ci correva come tra il vestito che la trisavola Contessina c'aveva davvero quando ha sposato il trisavolo Cosimo e quello che le hanno messo ieri in televisione.
Poraccia, c'è tutta la famiglia che la sfotte.
Bianco, dico io, tutto bianco senza nemmeno un ramagio, un'ombra di broccato, due ricami e per di più, giusto appena una catenina d'oro fine al collo.
Sono di nuovo tutti a rinfacciarle che se non s'aveva bisogno di un titolo col cavolo che diventava una Medici lei, chè i Bardi non c'avevano più nemmeno gli occhi per piangere e del su' costo, mezzo s'è ripreso con gli interessi.
Capirai, quella strega di Clarice non fa che vantarsi del suo matrimonio, dell'appannaggio, delle feste e dei tornei...ma del cesto di corna che il bis bis nonno Lorenzo le ha fatto con la Donati non dice mica nulla sai?
Com'era "quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia..."? Si, ciao core.
Divago.
Insomma, io sono l'ultima.
Per carità ho avuto dei fratelli, ma ve li raccomando.
Fra tutti non sono stati capaci di fare nemmeno un erede.
Nemmeno bastardo.
Altri tempi quelli in cui s'era tutti coniglioli
Si, è vero, non ho avuto bambini nemmeno io, ma io sono femmina e gli eredi avrei dovuti farli al mi' marito.
Invece.
Anche quella del marito, è stata una storia abbastanza speciosa.
Prima il delfino di Francia, ma mamma non ha voluto, dice che due Medici regine di Francia erano abbastanza e lei d'intorno non mi voleva.
Poi l'erede al trono del Portogallo, ma lui era un fantolino e con la reputazione della mi' mamma i consiglieri della corona hanno avuto paura che me lo rigirassi intorno al mignolo.
Poi il cognato del re di Inghilterra.
E nel mezzo un monte di gente che non era alla mia altezza.
Alla fine mi hanno trovato questo Giovanni Carlo Guglielmo, Elettore Palatino.
Era vedovo, ma m'andava bene e s'è firmato il contratto
A lui, di me, è piaciuto un ritratto un po' farlocco e le descrizioni pettegole di chi mi aveva visto.
A me di lui, proprio non saprei, magari il fatto che m'ha fatto una sorpresa e m'è venuto incontro fino a Innsbruck  per portarmi a casa sua a Dusseldorf.
Ci siamo voluti bene, anche se pare strano, con tutta la manfrina sulla ragione di Stato e il resto.
Quindi fatemelo dire, i' mi' Guli non è morto di sifilide e non me l'ha attaccata.
Siete una manica di maldicenti
Io sono morta per un cancro al seno. Alla fine c'avevo una palla che m'opprimeva tanto che un' potevo respirare.
Dice che ora potete fare prevenzione.
Ecco 'un fate le bischere e fatevi vedere.
Comunque
Quando Guli è morto sono tornata in giù, mi mancava il panpepato.
Ora, io sono bona e cara, ma su una cosa non transigo: la roba mia, è mia.
Me la sono ripresa anche da Dusseldorf  e sì che io lì ci sono stata bene e c'ho tanti bei ricordi.
Sicchè quando hanno cominciato a cianciare che non potevo ereditare i' titolo da i' mi fratello per via che sono femmina e si sono messi a leticare su chi doveva avere i' mio come se si fosse tutti di già sotto i marmi alle Medicee, non lo mica presa tanto bene.
Ho provato in tutti i modi a tenere stretta questa città e questo staterello, ma quando ho capito che non c'era verso, ho realizzato anche un'altra cosa: regnassi io o no, con il potere e con Firenze, noi s'era chiuso.
Ma i' mio no, i' mio a quelli che calavano per prendersi il Granducato, non glielo volevo lasciare.
Non avevano avuto nemmeno la grazia di venire, m'avevano mandato quel Craon lì a fare la manfrina di offrirmi la reggenza e poi m'era rimasto d'intorno a gozzovigliarmi per mezza casa.
E sicchè gliel'ho detto a tutti, imperatori, re e compagnia cantante che non pensassero di farci fare la fine di Parma, di Mantova o di Ferrara: i' Davide nel giardino di casa di uno a caso, ni' ghiaccio che c'è lassù, non ce lo dovevano potere portare.
Icchè l'è mio, l'è mio fin che campo, e anche dopo bisogna sia fatto come pare a me.
Gli sarà rimorso la coscienza, perchè ci siamo messi d'accordo e s'è firmato un foglio che stabilisce che i Lorena diventeranno anche Granduchi, ma non potranno "levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato... Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioje ed altre cose preziose... della successione del Serenissimo GranDuca (i mi' fratello)", perchè tutta questa bella robina deve restare "per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri"
Tiè
Per pigliarmi un po' per i fondelli l'hanno voluto chiamare "patto di famiglia", gli par d'esser spiritosi, ma lo sanno anche loro che gliel'ho messo sotto la coda.
Le mie gioie personali (non per vantarmi, ma c'ho dei gingillini bellini di nulla) le ho lasciate a Francesco, perchè non pensi che tra noi è un affare personale, lo so che è uno sveglio.
Date retta a me, lo faranno imperatore quello.
Le terre le lascio al Rinucci ch'è tanto un buon figliolo.
Mi rode per le vesti di Stato, figurati se un ce le smontano per staccare perle e pietre.
Vorrà dire che per la galleria del costume v'arrangiate eh!?
Un' posso mica fa' tutto io.





martedì 18 ottobre 2016

Scuole, scelte, futuro - Attenzione! Alto contenuto di retorica

Tra poco più di due mesi dovremmo iscrivere Attila alle medie.
Pare poco, ma per noi non lo è.
Non lo è perchè non ho intenzione di iscriverlo "in continuità" nello stesso istituto dove sta facendo le elementari senza prima essermi guardata in giro.
Non ho molto di cui lamentarmi su questa scuola (sono anche in consiglio di istituto), ma non prendo niente a occhi chiusi.
Quello che non mi piace è l'atteggiamento di alcuni genitori (non sono originale, lo so) ed il fatto che, se l'amministrazione comunale non dovesse fare ciò che dice, il numero delle classi prime sarebbe troppo esiguo per garantirmi quel grande cambiamento di compagni che, invece, secondo me, è importante per segnare il passaggio tra i gradi scolastici.
Attila ha bisogno di spazio, della mischia e di essere strano tra strani.
A me piace essere "non organica", ma non sono sicura che lui sia fatto della mia pasta e non vorrei fare proiezioni dannose.
Un ambiente molto protetto va bene fin quando si è piccoli, ma sono per la gradualità, non credo sia una buona idea lanciarlo nel mondo alle superiori senza che prima si sia fatto un po' di ossa.
Quindi lo trascinerò in giro per un po' di open day
La scelta finale però sarà sua.
Se so una cosa, è che ognuno deve decidere della sua vita.
Prima è, meglio è.
Naturalmente, sono una mamma italica, più passa il tempo e più ne sono consapevole.
Mi preoccupo
Solo che devo essere italica nel senso un po' fané del termine.
Come era mia mamma, come mia nonna.
Non voglio una scuola facile per i miei figli e nemmeno una scuola pensata per divertirli.
Ora, l'anno prossimo e negli anni a seguire, voglio una scuola che li sfidi, che li spinga (e nel caso, li tiri), che li appassioni, che li faccia sentire ignoranti come i ciuchi che sono mentre mostra loro la strada per evolversi.
Una scuola che, poi (se se lo meritano), dia loro la consapevolezza di essere menti sufficientemente brillanti e spiriti sufficientemente costanti per arrivare in cima al monte e per accorgersi che la prospettiva più sali, più cambia.
Non mi interessa che li prepari per prima cosa ad un lavoro: quando ho scelto la mia strada, molti dei miei amici si iscrissero a ragioneria perchè, di certo, facendo "programmazione", avrebbero trovato subito un buon impiego.
Quando finirono, cinque anni dopo, il loro diploma valeva più o meno come il mio.
Certo non c'era crisi, quelli che smisero dopo la maturità, a vent'anni lavoravano tutti, molti sono ancora lì.
Ora, immagino, non lavorerebbero nè gli uni, nè gli altri.
Quindi...meglio, molto meglio, un corso di studi che insegni loro ad imparare, che dia un metodo, una forma mentis, che apra quel cervellino e sconvolga le due o tre sinapsi che ci trova, innescando quanti più collegamenti nervosi possibili, educandoli a ragionamenti complessi anche se inutili nell'immediato, tipo tradurre da una lingua morta, studiare funzioni e/o elucubrazioni mentali altrui, ricordarsi la battaglia di Zama ed il simbolismo nel monumento funebre a Maria Cristina d'Austria, sapere tirare fuori, anche dopo anni, dal bicarbonato (di sodio) e dall'acido cloridrico, il sale da cucina (cloruro di sodio) o che so io.
Il mondo, questo mondo, è troppo veloce perchè si possa pensare di dare, ad un ragazzino, più che delle basi.
Ecco io le voglio solide.
Studino quello che pare loro.
Ma ci sudino sopra, si disperino, si incazzino, si organizzino, si facciano un gruppo di amici con cui infamare, sottovoce e solo a voce, gli insegnanti, imparino a riconoscere quelli di valore dagli incapaci, ignoranti, saccenti, che troveranno (ne troveranno), sappiano rispettare i primi ed anche i secondi, perchè si impara da tutti se si è abbastanza intelligenti.
Copino e, soprattutto, facciano copiare (qui lo dico e qui lo nego)
Facciano forca (temendomi)
Si sentano una merdaccia che non ci arriverà mai e poi una divinità che può inventare la qualunque.
Imparino a riconoscere ciò che sono da ciò che fanno.
Sbattano contro i loro limiti, perchè non è vero proprio per nulla che si può essere e fare qualsiasi cosa in modo eccelso, basta volere (ma a loro dico il contrario)
Non trovino mai la pappa scodellata, la mano tesa prima ancora che la richiesta sia formulata.
Se mai dovessero pretenderla, incontrino uno Steve Jobs che levi loro la pelle come fece lui a una studentessa che, in pratica, pretendeva le facesse la tesina di fine corso.
Scoprano qual è l'unica domanda che serve nella vita: perchè?
Chè le risposte le possono imparare tutti, capire perchè quelle sono le risposte è un altro paio di maniche
Comprendano, con comodo nei decenni a seguire, che non è un impiego il fine dell'istruzione, è la persona.
E se mai, come va di moda da queste parti, decideranno di chiamare un figlio Teseo o Ettore, almeno sappiano che carico gli mettono sulle spalle.
Se no meglio Marco
O Shatush

martedì 11 ottobre 2016

Sette contro uno

6.10.16 - 10,45, Udienza ammissione prove - Tribunale Firenze, sezione specializzata industriale - dott. S (praticamente Paolo Poli) - Tizia Spa contro Resto del mondo.
Di questi tempi ho solo udienze che mi preoccupano, sarà che le cause "facili" sono sempre meno, sarà che ho definitivamente perso quella leggerezza che, invece, è a volte così utile in questo mestiere.
La complicata leggerezza di tenere tutto a livello di gioco intellettuale, vincere o perdere come espressione della capacità di maneggiare bene gli argomenti ricavati dai fatti avuti in dote dal cliente, senza che le esigenze della vita diventino preponderanti, lasciando che restino sullo sfondo.
Sarà l'età o forse è la crisi. Probabilmente entrambe.
Comunque.
Fuori dalla porta siamo in 6, tutte donne.
C'è una collega giovane, catapultata da Roma e arrivata sudata, perchè ingannata dal falso presupposto che "se sali, trovi freddo". Manco passasse dall'equatore al polo nord
C'è la collega arcigna, nel giorno dei suoi personali saturnali e quindi, proprio perchè incomprensibilmente sorridente, peggio del solito.
C'è quella a cui hanno tirato il pacco, ieri sera, magari sul tardi, chiedendole di fare l'udienza di oggi che, tanto, si tratta solo di vedere che decide il giudice sulle istanze di ammissione prove. Già. Peccato che quando ha chiesto di vedere il fascicolo le sia arrivato sul tavolo l'equivalente di un maremmano in grave sovrappeso. Fortuna per lei che è una di spirito.
C'è la signora, e devo resistere dalla voglia di chiederle se e dove fanno corsi di aggiornamento per diventare come lei. Se poi, al posto delle penne della Giuffrè, come gadget, smollassero tre fili di perle come i suoi...
C'è la dottoressa di studio che si è portata gli atti a casa, li ha evidentemente letti e, ora mi guarda come se io, sulla questione, avessi tutte le risposte e lei solo infondate paure.
Eh cara mia, l'esperienza accresce l'incertezza, non la elimina.
E poi ci sono io che, a questo punto, sono nella fase: "fatto ciò che devo, accada ciò che può".
Si affaccia il giudice. E' impeccabile come sempre: abito grigio, camicia bianca, cravatta blu, solo il vezzoso fazzoletto nel taschino ed il fatto che, davvero, è identico a Paolo Poli, tradiscono le sue preferenze.
Irrilevanti, al momento.
Mentre spieghiamo che aspettiamo qualcuno per l'attore, eccolo che arriva.
Un uomo
Intendo, uno che sembra un uomo vero.
Che si può persino guardare
Che ha quell'aria di sicurezza che confina dal lato giusto (ammesso ci sia) con l'arroganza ma ne sta fuori
Che ci vede e sorride, chissà se ha capito
Sorrido anche io.
Ci si potrebbe perfino divertire

lunedì 3 ottobre 2016

la stagione delle corna

Sono la nipote di un nonno che non se ne faceva scappare una e se mio padre è l'uomo che è, molto è per mio nonno.
Nella vita, come non è neanche difficile imparare, si impara in molti modi.
Anche a contrariis.
Sono anche una donna matura; della ragazzina che non ammetteva neanche al possibilità di lasciare vivo uno reo di tradimento, è rimasto l'impulso, ma sono cresciuta ed ho imparato molto sulle mille e mille sfumature della vita.
Si torna sempre alla questione del torto e della ragione; si torna ai rapporti umani che sono sempre più complessi di quello che ci piace pensare da fuori, al peso che assume la realtà dei fatti, all'importanza che deve essere riconosciuta anche ad altre persone, innocenti, su cui gli effetti di una crisi peseranno moltissimo.
La rabbia. Il dolore. Il disincanto.
Il bisogno di giustificare anche col groppo alla gola.
La necessità di dare addosso alla troia, per minimizzare il ruolo del traditore e non ammettere fino in fondo a chi ci siamo affidati.
Su tutto, terribile, la fiducia tradita
Io capisco.
E sto anche zitta.
Sono dieci mesi che sto zitta.
Annuisco, abbraccio, ascolto, ascolto tanto.
Non mi permetto.
Ma non ci credo
E quello che conta, non ci crede nemmeno lei, la cornuta.
Non può crederci, non può convincersi, non può, perchè lei non sa ragionare così.
Non sa
Potrebbe superare, forse, se accettasse, se volesse, se fossero in grado di buttare nuove basi, se fossero onesti l'uno con l'altra, se non cercasse di convincersi di avere accanto una persona diversa da quella che ha.
Invece più il tempo passa più lo sforzo la rende furiosa, cattiva.
La piega
Non è questione di mandarlo al macero, è questione di volersi bene.
Solo questo non ho potuto non dire questa mattina davanti ad un caffè: io pretendo un'amica felice, perchè so che la mia amica sa essere felice.
Basta con i "doveri", occorre guardarsi dentro e riconoscere che prima di tutto, è alla propria pancia che si deve rispetto.
Pena diventare davvero la donna terribile che si teme di diventare


giovedì 22 settembre 2016

Mestiere di m

Sono le 7 e un quarto.
Sei in cucina, tagli peperoni e li butti nella padella.
Sono gli ultimi, rossi e gialli, ma piccolini, poco carnosi eppure un po' troppo resistenti per il loro spessore.
Gli ultimi, appunto.
Hai fretta (sai che novità), perchè alle 9 dovete essere alle prove del carro.
Gli unni hanno deciso che quest'anno salgono sul carro.
Tu non ci sei mai salita, non è roba che ti stimoli troppo.
Le feste di paese, le sfilate tradizionali, processioni, rievocazioni, giochi in piazza, non ti hanno mai solleticato, nè le tue, nè quelle degli altri, sono sempre un po' così...tra il grottesco, l'imbarazzante ed il poco interessante, ma loro sono felici e tu fai il tuo mestiere, li accompagni e sorridi
Comunque, mentre se lì che tagli i peperoni, arriva una notifica whatsapp.
Non resisti alle notifiche whatsapp, nemmeno a quelle del gruppo classe, sono la tua tentazione.
Guardi.
E' la colleghina romana, immagini ti sia arrivata l'ennesima, bellissima, foto della sua bimba, un piede paffuto o ciglia lunghe chiuse su guanciotte piene o, forse, due denti che da soli fanno un sorriso.
Fa la mamma in questi mesi, è felice.
Invece ti chiede se vuoi che l'udienza di martedì la faccia la sua collega, quella che ti sta coprendo Roma ora che lei non può.
Scrivi che hai già fatto il biglietto, c'è la discussione orale, serve qualcuno che conosca bene tutto, te la devi fare tu.
Poi mentre ti prepari ad aggiungere una roba tipo...poi Roma, oh Roma, Roma a settembre, con un treno di ritorno ad ora comoda, scarpe per camminare, Castel Sant'Angelo a una decina di chilometri...insomma no grazie, lei aggiunge "l'hai vista la memoria di controparte?"
Appoggi il telefono sul piano di marmo, già che ci sei appoggi anche i gomiti, tremi, ti salva solo il T9 mentre chiedi quale memoria.
Era discussione orale, niente memorie, era un 281 sexies, il giudice te lo voleva fissare il 15 e tu hai forzato la tua natura e per una volta in vita tua hai chiesto un'altra data, era il primo giorno di scuola di Totila, non potevi andare a Roma.
Non hai pec.
Non è possibile ci sia una memoria, se non hai pec.
Non può.
Sei sicura del rinvio, hai letto mille volte il verbale su consolle, nel fascicolo telematico, è un 281 sexies, non ci sono memorie scritte.
Una parte di te, quella davvero stronza, comincia a urlare.
Hai bucato un termine.
Bucato un termine
Bucato
Un
Termine
Oddio hai bucato un termine per conclusionali.
Ti viene da vomitare
A te, che non vomiti nemmeno incinta, nemmeno col mal di mare.
Le chiedi di guardare il verbale.
Ti conferma che è stata fissata discussione orale.
Le chiedi di dirti se la memoria non sia per caso solo un foglio in cui sono riportate le conclusioni per la comodità di un giudice un po' pigro.
Ma non lo è.
Controparte ha scritto 15 pagine di roba.
15
Devi andare in studio.
Ma non puoi.
E a farci che?
Non sei razionale, questo è certo.
Ti ripeti che se non c'è termine e se la legge non lo impone (no, a dirti che non può perchè non sono previste memorie, non ci arrivi) allora puoi depositare il tuo atto domani.
Domani
Arrivarci a domani
Mentre sei alle prove, sarà il primo freddo, cominci a ragionare, smanetti snocciolando articoli, pensi al collega in udienza, vai a letto quasi convinta che la memoria sia irrituale, inammissibile.
Te lo ripeti, inammissibile, suona bene con tutte le esse serpentesche dopo le emme piene.
Ma mentre sei a letto, non puoi non pensare che è quasi peggio.
Dì a qualcuno che non deve tenere conto di una cosa che ha letto o sentito.
Come fa?
Non c'è verso.
Nemmeno con la migliore volontà
E' una fictio juris, il giudice non potrà usare quell'argomento per basarci la decisione, ma non è che gli cancellano la memoria  e motivare una decisione non è esattamente come prenderla.
Il diritto è una scienza umana.
Li vendono un tanto al chilo i testi di riflessioni filosofiche o psicologiche sui meccanismi decisionali, su come condurre un assunzione del teste, su ciò che l'esperienza personale detta alla "bocca della legge".
Alla scrivania, stamani, ti dici la sola cosa che puoi: niente memorie, non seguirai la sua strada, farai solo la discussione orale, eccepirai l'inammissibilità.
Nel caso, sarà buona come motivo di appello
Mestiere di m...



lunedì 19 settembre 2016

Porno, web e cronaca

Mi ha colpito molto la storia di quella poveretta che si è suicidata.
Mi ha colpito, perchè non è difficile capire quanto deve essere stato terribile ciò che ha passato ed anche, soprattutto, perchè come sempre, dopo un po', tutta questa carità pelosa, questa attenzione morbosa, questo pentimento ipocrita, questo buttare la croce addosso a tutti così non la porta nessuno, mi dà il vomito.
Oggi, vorrei provare a fare chiarezza nei miei pensieri e se poi viene fuori che non sono una bella persona, mi toccherà prenderne atto.
Allora, io credo che niente giustifichi una violenza se non la legittima difesa.
Niente.
Nessuno può permettersi di mettere le mani (anche metaforicamente) addosso ad un altro e non importa quanto l'altro sia stato stupido, superficiale, idiota o strafatto.
Credo fermamente che ognuno debba prendersi le sue responsabilità.
Il fatto che qualcuno sia stupido, superficiale, idiota o strafatto è un suo problema (e non è cosa da poco) ma non toglie niente, anzi a volte accresce  lo schifo che fa chi se ne approfitta.
Le vittime sono vittime.
Naturalmente non vivo nel mondo perfetto e so benissimo che, ovunque, piaccia o no, si processano le vittime. Tutte le vittime. Di qualsiasi cosa siano state vittime.
A volte in modo grossolano (da noi quasi sempre) a volte in modo più subdolo, ma è nella natura umana cercare la sfumatura, la differenza, il difetto che aiuti a spiegare il carnefice ed anche la rassicurazione nel potersi dire diversi e quindi al sicuro.
Ho letto di tutto in questi giorni, su quest'argomento specifico e sul web, i social, ed i loro meccanismi in generale.
Ho letto sul sessismo; a cazzo, come sempre, ma almeno ho potuto pensare che, in fondo, il cazzo nel sessismo ci sta bene, è a casa.
Ho letto dell'ossessione repressa per il sesso. E ho imparato qualcosa, perchè io tutta questa repressione me l'ero persa. L'ossessione no, lo ammetto.
Ho letto - ancora - quale terribile mostro sia il web e che orribili magie operino i social.
Poi ho anche trovato cose interessanti.
Tipo questa:
https://medium.com/@bknsty/perch%C3%A9-non-%C3%A8-stato-il-web-a-uccidere-tiziana-cantone-56243ad4d8b#.32tnpavqu
e questa, un po' più vecchia e più in generale:
http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network
Ed alla fine quello che penso è questo:
- Lei lì si è ammazzata da sola, non l'ho ammazzata io, nè altri.
La descrivono fragile, debole, insicura, manipolabile. Di certo non una dalla mente brillante. Una brillante non avrebbe mandato in giro i suoi filmati porno a supposti (parecchio supposti) amici per vendicarsi dell'ex. O lo avrebbe fatto consapevolmente.
Io ne ho avute amiche così.
Alcune erano davvero libere. Non ho mai capito perchè dovesse essere ganzo farsi tutta la sala di lettura del Palagio di Parte Guelfa e poi ricominciare il giro, ma era roba loro, quindi, evviva!
Se qualcuno si provava a dare loro della troia, giustamente, lo accompagnavano in piazza Signoria e gli mostravano il posto del rogo di Savonarola rimpiangendo apertamente la sorte di certi censori dei costumi.
La maggior parte, però, erano solo persone affamate di amore, considerazione, stima, tutta roba che si trova male in un....va be', in un atto sessuale random.
Ma non è' una colpa essere così.
Una persona così, per quanto possibile, merita di essere aiutata, rassicurata.
Certo, non mi sentirei di indicarla come paladina della sessualità femminile libera e consapevole.
Per quel poco che ho letto, ho dei dubbi sul libera e sul consapevole, ecco.

-  Detto questo, sarebbe bello se invece di parlare per riempirsi la bocca, o avere un click in più, o pulirsi la coscenza a buon mercato con un penitenziagite di facciata e la solita fiaccolata in memoria, ci guardassimo tutti negli occhi e ci dicessimo che forse qualcosa di serio da valutare c'è.
Perchè se è certo che non l'ho uccisa io, i suoi "amici" e nemmeno il web, è anche vero che qualcuno ha diffuso video che non era stato autorizzato a rendere pubblici e molti, moltissimi, hanno commentato, insultato, sfottuto, dileggiato, fino agli eccessi ed oltre, dimenticandosi (o forse neanche percependo) che dietro a quelle immagini c'erano persone vere, persone cui certe cose probabilmetne non sarebbero state dette in quei termini se fossero state di ciccia accanto allo e non dentro lo schermo.
Queste persone singole meritano di essere punite.
Queste e non tutti, perchè io non ho fatto nulla, ma loro si.

E non essere consapevoli della gravità che sta nel diffondere un video senza esserne autorizzati o nell'insultare il prossimo anche con una tastiera, è un'aggravante

giovedì 15 settembre 2016

Santa Susina, tutti i bimbi vanno a scuolina

Totila non è Attila.
Forse non ha certe profondità, certe finezze di pensiero. Di certo non ha certi filosofici tormenti.
Totila non è un sole splendido che fa capolino di rado in qualche cielo settentrionale generalmente plumbeo e ti lascia muto dalla meraviglia.
Totila è il sole della piena estate, può darsi che bruci, che annoi, persino, ma puoi essere certa che splende anche se ci sono le nuvole, dietro le nuvole.
Totila è sguaiato, irruento, istintivo, empatico in un modo che commuove.
La sua intelligenza è brillante, questo è certo, ma è quella emotiva che stupisce.
La scuola dei grandi?
E che sarà mai!
L'ho guardato per un mese buono di sottecchi aspettando che lasciasse venire fuori l'incertezza.
Solo ieri sera, a occhi chiusi, ha sussurrato "sono un po' emozionato".
Questa mattina sorrideva, ma non vedeva niente attorno a se'.
La bidella lo ha chiamato indietro, si è alzata dalla scrivania, ha fatto un giro intero e se lo è abbracciato stretto, mentre tutti gli altri salivano in classe.
Non dovrei dirlo, ma mi ha riempito il cuore di gioia. E' bello avere un figlio che si fa amare, è rilassante, per me che combatto da anni.
In classe, ha dato la mano alla maestra, pollice alto e sorriso malandrino, una bella stretta per scacciare l'imbarazzo, poi si è accertato che ci fossero Teseo e Kay.
Si è seduto ed ha fatto ciao ciao a Fiamma.
E' già grande
Dio...quanto vorrei essere una mosca
   

mercoledì 7 settembre 2016

In odio del menu - bimbi

E' ancora estate, è ancora tempo di cene, di amici stagionali, di gruppi numerosi e rumorosi, di ore piccole e chiacchiere lunghe.
"Organizziamo una cena, venite", è affermazione che corre ancora spesso da un telefono all'altro ed è sempre bello accettare un invito che nasce con una frase cui nessuno ha sentito il bisogno di mettere un punto interrogativo.
Io vado dappertutto, non sono di quelle dai tremila paletti, distinguo, problemi, la mia, ben nota, vena intransigente la esercito al tavolo di casa, non nella scelta del ristorante per una serata in compagnia.
Quando mi hanno cominciato a parlare di una "catena" però, avrei dovuto capire, quando la catena si è rivelata quella di una "steak house" (chè siamo tutti americani, ora sì ora no) e oltre tutto una steak house in altra regione dove, ecco, non sono proprio famosi per le bistecche di manzo con l'osso, ci sarei dovuta arrivare.
Catena e steak house avrebbero dovuto portarmi difilato al menu - bimbi.
Ora lo ammetto, a me il menu - bimbi, causa travasi di bile multipli.
Tutta colpa dei traumi dell'infanzia
La prima volta che mi sono imbattuta nel doppio binario culinario, avevo 8 anni, eravamo in Svizzera ed i nostri ospiti ci avevano invitato a gustare carne di cervo in un ristorante molto scenografico sulle montagne.
Avevo l'acquolina in bocca dalla mattina, pregustavo, con la mia gola e la curiosità dell'infanzia, questo piatto tipico (sarà stato vero?), un esotico gulasch di cervo con purè e non so più cosa.
Quando arrivammo al dunque però, la buona Gretel guardò con piglio teutonico mia madre e le disse che "nein" non era roba da bambini, c'era il menu - bimbi.
Mia madre si lasciò traviare da questa invenzione moderna di cui, nell'Italia degli anni '70, nessuno aveva mai sentito parlare, e ordinò per me una specie di braciola, grossa come un orecchio di elefante,  che arrivò abbondantemente impanata e fritta.

Naturalmente la mangiò lei, perchè io, che non ero esattamente ubbidiente come i bambini svizzeri, non gliela feci certo passare liscia e mi sbafai tutto il suo gulasch.
Da allora ho sviluppato un odio viscerale per i menu di serie b.
Tutti i menu - bimbi che ho visto finora, infatti, ovunque siamo stati, contenevano pochissime opzioni, sempre più o meno le stesse e, sempre, a scelta o deprimenti o schifose.
Cose considerate "sicure" ed in realtà solo "comode": per i ristoratori, che si devono preoccupare della preparazione di piatto in meno, e per genitori in vena di deresponsabilizzazione.
Io mi sbatto e mi diverto ogni giorno della settimana per mettere in tavola cose diverse, per quanto possibile nuove, per fare conoscere gusti e sapori.
Da un pasto fuori mi aspetto anche che mi dia una mano a sollecitare curiosità, suggerire abbinamenti, stupire un po'.
Odio che invece, si metta davanti ad un ragazzino un menu banale, piatto, triste e lo si invogli a non muoversi da lì.
Mi sembra anche un po' sciocco, difficilmente se mangi solo pollo fritto o lasagne (dubbie) fino a 15 anni poi spenderai il tuo stipendio in un ristorante di buon livello.

venerdì 2 settembre 2016

Fertility day

Ne hanno scritto tutti ed alla fine ho deciso che potevo portare anch'io due sassolini alla montagna.
Certo, considerazioni avvelenate sulla mancanza di politiche per le famiglie non ne farò, sarebbe dibattere l'ovvio ed in modo senz'altro meno circostanziato di molti e meno sguaiato dei più.
Non mi va nemmeno di parlare di sessismo chè io a dirla tutta, sarò tarda, ma non l'ho vista così, sarà che la mia immagine preferita era la buccia di banana per l'infertilitá maschile.
No, il fatto è che ieri, quando un'amica l'ha rilanciata sui social, ho pensato ad un'iniziativa di quelli del family day,  qualche integralista della naturalità o simili, poi lei (poraccia) ha insistito, ho guardato, e lo confesso, l'ho presa malissimo.
Mi sono ribollite le politiche di cui sopra e, soprattutto, le mie scelte personali, le difficoltà di amici, le clessidre da utilizzare come supposte e via andare.
Poi, però, via via che la montagna cresceva, ho iniziato a sentirmi da un lato a disagio e dall'altro incerta.
Non sul merito, no, la campagna fa schifo.
Intanto mi ha disturbato Saviano, uno che tra un po' é come Cantone, buono anche per il brodo, secondo cui tutti i genitori "tardivi" avrebbero figliato prima se potevano. Tutti? Odio tutti è lo stesso stilema del ministero, lo stesso modo di ragionare, tutti un tubo, io a 25 anni figli non ne volevo e nemmeno a 30. Diciamolo, forse un dato culturale, oltre al pesantissimo e concreto problema pratico c'è eccome e, forse, non é nemmeno male. Mia cugina si è sposata due anni fa, ha trentacinque anni, lavora da 15 con contratto a tempo indeterminato nello stesso posto e, visto che è l'unica senza figli, direi che con la maternità da lei non hanno problemi eccessivi. In questi 15 anni, il lavoro é rimasto quello, ma gli uomini no, io ne ho conosciuti tre, tre in occasioni ufficiali, se aveva dato retta al suggerimento di provvedere da giovani, ora sarebbe stato un bel balletto. Niente di tragico sia chiaro, ne vedo tanti, ma certo niente di cui essere felici.
La storia della fertilità che con l'età scende è vera, quella per cui un genitore giovane è meglio, no, o almeno, non necessariamente, è cosa molto soggettiva.
Sputiamo sui limiti (o supposti) biologici ogni tre per due e poi?
L'altra è più seria, ma la dirò così, scanzonatamente, allora, più ci pensavo e meno mi tornava, tutti ci siamo buttati sulle immagini come se si chiedessero figli alla patria, ma la campagna doveva essere informativa sulla fertilità: doveva cioè aiutare a capire fattori di rischio, comportamenti scorretti, orologi biologici, varie ed eventuali.
Ecco, volevo dire, bravi.
A parte l'informazione approfondita ed accurata realizzata  in modo semplice e divulgativo, mi è piaciuta molto la capacità attrattiva, l'immediatezza, la forza persuasiva, insomma la capacità di veicolare il messaggio.
Certo anche la campagna danese per incrementare le nascite non era male: "fallo per la mamma" mi è piaciuta moltissimo, quasi quanto ai danesi che, dice, hanno figliato di più dopo quegli spot.
E pensare che a me, la prozia Ciccina, faceva imbestialire.
Sarà una differenza culturale

martedì 30 agosto 2016

La montagna

La montagna è come casa, ma più fresca, più alta e con un'aria di vacanza che casa non ha, mai, nemmeno durante le vacanze ora che non sei più bambina.
La montagna è assenza di pensieri e preoccupazioni, niente giornali, televisione, niente connessione, (fino a quest'anno almeno e mai più, d'ora in poi, se potrò decidere io).
La montagna è un cielo terso, limpido, vicino.
Un sole che ti sfiora con carezze un po' rudi, che ti abbronza a tradimento, di un colore più rosso. lasciandoti addosso segni che odi di magliette e di anni.
Un verde intenso, di mille e mille sfumature, di mille e ancora mille odori, non tutti profumi, ma tutti con un loro senso, con un loro posto nell'insieme.
E' acqua fresca che scorre, corre, scende pigra e silenziosa, acqua che bevi insegnando poesiole perse nei boschi dell'infanzia, liberando sorrisi e perplessità di bimbi.
E' fatica bella, i polpacci che tirano, il respiro che si accorcia, la sensazione di essere vivi e sani proclamata dal corpo, una volta tanto, senza intermediari intellettuali.
La montagna è la meta, questo ti hanno insegnato i bambini e insegni loro, il rifugio, la malga, più di rado il castello, il punto cui ambisci per tutto il tempo, mentre sali e imprechi (certo che imprechi), e intanto comunque ti godi il paesaggio, imbastisci storie e inventi giochi perchè pensare a quanto manca ancora aggiungerebbe solo peso al peso che già siete.
La montagna è una sauna, di sera, al ritorno, tutti nudi e sereni tra le nudità altrui, con i bambini silenziosi e curiosi che occhieggiano gli altri bimbi per vedere cosa è bene fare e poi si tuffano nella vasca dell'acqua gelida come tu, alla tua età, non hai più il coraggio di fare.
Deve essere questa la vecchiaia, una sorta di vigliaccheria


venerdì 12 agosto 2016

50

50.
Sul poster incorniciato di rosso e oro ci sono due ragazzi: lei ha la faccia da bambina, un'acconciatura raccolta ma molto voluminosa, regge un mazzolino di fiori d'arancio che immagini profumatissimo ed ha un abito lungo, ma molto semplice,come è il suo stile. Lui ha un sorriso malandrino negli occhi chiari, una mezza banana alla Elvis, un doppiopetto blu e l'immancabile sigaretta.
Se oggi, ti invitassero al matrimonio tra una poco più che ventenne ed un ventiquattrenne, porteresti con te un bel po' di preoccupazione per il loro futuro insieme.
Invece sono 50 anni oggi che si sopportano, anche se a lui sono rimasti solo gli occhi malandrini ed a lei la figura minuta e scattante.
Non li hai voluto fotografare davanti al poster, non è il caso, ma non avresti perso la faccia di tua madre davanti a quella sorpresa così cacciarona per tutto l'oro del mondo.
Hai preteso che portasse l'album con le foto di quel giorno: i gruppi di famiglia al piazzale, gli sposini     mano nella mano al Bobolino, il taglio della torta, facce perse nel tempo, bambini diventati anziani, risate per i nipoti e tanta tenerezza per tutti.

mercoledì 27 luglio 2016

(quasi) Nozze, feste di

Qualche giorno fa due signore si sono unite civilmente in un paesino in provincia di Bologna.
Unite civilmente è l'espressione corretta, ma fa abbastanza schifo secondo me quindi, da ora in avanti, dirò sposate come per altro fanno quasi tutte le coppie di lunga data che trovano la locuzione "compagno/a" ugualmente forzata (poi vabbe' se uno non ha vent'anni compagno risuona proprio tanto "falce e martello" e non si può sentire).
Insomma queste due sono andate al loro municipio, si sono accomodate nella sala più bella ed il loro sindaco ha officiato la cerimonia.
Erano vestite da schifo.
Pareva fossero andate a lavare la macchina al distributore dietro casa, quello che non ha i rulli, ma ti mette solo a disposizione la sistola e le spazzole e te la vedi tu.
Ora, voglio dire, avete fatto le corse (le avete fatte dai, siamo seri, il decreto ministeriale era stato varato il giorno prima, volevate essere le prime e finire su tutti i giornali), potevate trovarte due cenci?
Vi sono nel cuore, sia chiaro, meringhe, damine più o meno rivisitate, sirene, dee greche, madonne rinascimentali, panterone albine e principesse spaziali hanno funestato l'infanzia, l'adolescenza, la giovinezza e la maturità di molte (e le escluse sono quelle che ci si sono travestite).
Epperò bastava un vestito stirato, una camicia non slabbrata, un paio di pantaloni con l'orlo al punto giusto.
Oppure potevate sposarvi un altro giorno chè così ci fate fare veramente una figura di mota. Come glielo spieghiamo poi al mondo che noi siamo quelli eleganti sempre?
Sembravate due turiste sfrante su un marciapiede di via de' neri in coda per il panino più buono del mondo. 
Le mamme in lacrime in prima fila invece mi sono piaciute.
E anche la mega festa con amici e parenti stretti: il solito centinaio di scrocconi che tira petali di rosa come se fossero pietre.
Comunque brave ragazze.
Sai come rosicano quei due maschietti impomatati che erano già finiti sui giornali perchè erano i primi ad aver prenotato  a Milano per l'8 settembre?
Che poi, oh, bella data l'8 settembre
Ora vediamo come ci si organizza da queste parti, sarebbe bene però non aspettare troppo, chè il turismo matrimoniale tira assai (e rende molto bene)

martedì 19 luglio 2016

Una persona felice

Naturalmente non è un bel momento.
Bisognerebbe avere molti più problemi di quelli che ho per non essere percorsi da inquietudini di molti generi.
Fermo, Nizza, la Turchia, gli Stati Uniti, ognuno a suo modo e con le sue peculiarità, ognuno con il suo pezzettino di bruttura umana dietro le sovrastrutture e lo story telling (e povero il cognatuzzo che cominciò con una lezioncina awannaganna davvero, tanto, fuori luogo, nella giornata sbagliata)
Ciononostante, pare io sia una persona felice.
Non lo dico io, sarebbe facile.
Io lo so di esserlo, so di essere affetta dalla sindrome di Pollyanna e di non poterne uscire anche mentre penso che a me, Pollyanna, ha sempre fatto molto più che schifo.
Lo dicono altri.
Parlano di me mentre non ci sono.
Per l'esattezza, parlano di me mentre sono qualche giorno al mare: accompagno i miei genitori nella speranza di trovare un difficile equilibrio tra l'imperioso desiderio di uno e la preoccupata accondiscendenza dell'altra. Mi godo qualche giorno tra bambini giusto un filino agitati, una mamma in versione megaloman, un babbo che arranca fino al solito stabilimento dove respira ossigeno e sguardi compassionevoli, i vicini milanesi-imbruttiti gretti e sboroni, le preoccupazioni per il lavoro e per un marito, rimasto a casa, e braccato da chi è bravissimo a cercare spiragli per ferire.
Una persona felice.
Vorrei sibilare che bisognerebbe prima avere camminato qualche miglio nelle scarpe di qualcuno per permettersi giudizi sulla sua vita.
Ma non lo faccio.
Sono dell'opinione che un commento non si debba negare a nessuno.
Se ci colpisce più di un tot, siamo noi a doverci fare delle domande.
E poi, essere vista come una persona felice è cosa che solletica la mia vanità non poco.
Non è quello che mi disturba, sarei sciocca.
Mi disturba il fatto che la mia felicità sia indicata come la ragione per cui, alcuni, nei mesi scorsi, si sono comportati in modo spiacevole nei miei confronti.
Vorrei dire che possono impiccarsi al pallino di un letto.
Ma, di nuovo, non lo farò, perchè, naturalmente, la possibilità è molto più che fastidiosa, naturalmente certi comportamenti mi hanno ferito, naturalmente, sapere che un atteggiamento positivo verso la vita disturba, è fonte di disagio.
Il fatto però è, che al netto del fastidio e del dolore, niente di tutto quello che si può dire o fare nei miei confronti è ancora riuscito a farmi agire in modo (troppo) diverso da quella che è la mia natura.
Penso che sia per questo che sono una persona felice.
O che appaio tale
Solo, è un peccato che non facciano più letti coi pallini 

giovedì 7 luglio 2016

Buco - Cosa non dire per essere una buona madre

Premessa necessaria:
da queste parti siamo generalmente sarcastici, icastici ed in buona misura aiscrologici.
In linea di massima ci va bene, tanto che certe delicatezze le riteniamo un filino ipocrite, magari educate e corrette, ma ugualmente ipocrite.
Non lo dico per anticipare scuse che non ho intenzione di addurre, ma per spiegare il contesto.
I miei parenti siciliani o la mia amica calabrese non capirebbero e non capiscono, per esempio, va meglio coi torinesi, ma forse è un caso.

Non che siano tutte anime candide, solo che hanno altri modi per esprimere le stesse pulsioni.
* * *
Attila: "mamma, lo sai che oggi Jacopo mi ha dato del buco?"
Ciacco: " uhm e tu? come ti sei sentito?"
A: "offeso, come mi dovevo sentire? mi voleva offendere!"
C: "ovvio. Ma...lo sai che vuol dire?"
A: (chiaramente risentito): "certo che lo so!"
C: " e...vuol dire?"
A: " mamma! uffa" vuol dire...si insomma lo sai, no? il buco...ecco, come lo dico? ecco, si...l'ano (!), quello, il buco da cui esce....uffa mamma! la cacca ecco. Il buco da cui esce la cacca!"  
C: (ghignucchiando senza farmi vedere): "no amore non vuol dire quello"
A: "no?"
C: "no. Vuol dire omossessuale. Anzi vuol dire che sei un uomo omosessuale. Un maschio, perchè per le femmine c'è un altro termine altrettanto volgare, ma diverso."
A: "non me lo dici, vero?"
C: "secondo te?"
A: "ok. Però ecco, senti mamma, io so come fanno un uomo ed una donna a fare....ecco... a fare l'accoppiamento (!). Me lo avete spiegato: il maschio mette il pisello nella cicalina e va bene, insomma si capisce: uno è lungo l'altra è fonda....ma due maschi come fanno? pisello contro pisello, non mi torna"
C (eccheccaz...voglio morire, ora, possibilmente, subito): "a parte che l'accoppiamento lo fanno le mucche e i cavalli, le persone al limite fanno sesso, ma sarebbe meglio l'amore, potendo, due maschi non fanno pisello contro pisello. Due maschi usano, ecco amore, usano....usano il sedere (lo dico arrossendo, anche se mi sforzo, erano trent'anni che non mi succedeva, sarà perchè per un attimo contemplo persino la possibilità di dirgli che possono fare così anche un maschio e una femmina, volendo) 
A: (occhio pallato e bocca spalancata) "oh! ma allora lui voleva dire...che io, il mio sedere....mamma! allora ho fatto bene a dargli dello stronzo!"
C. "Attila! lo sai che non voglio tu usi parolacce!"
A: "si si lo so, chi parla male, pensa male, chi pensa male vive male, e via e via, ma lui mi ha insultato e io dovevo rispondere no?  Non posso dare e va bene, ma mi devo difendere, tu non hai mai dato dello stronzo a nessuno? non ti insultano mai?"
C. "non con le parolacce no, amore, ma mi insultano certo. Rispondo nello stesso modo, non c'è bisogno di essere volgari."
A: "mamma! nemmeno alla mia età?" 
(siiii hai voglia!!!!! alla tua età io ho rincorso uno per duecento metri con una ballerina in mano perchè gliela dovevo dare in testa finchè non si rompeva, figurati)
C. "umphf"
A: "lo hai fatto!" (esultante)
C: " ve bene facciamo così. Tu puoi dare dello stronzo a Jacopo tutte le volte che lui ti chiama buco..."
A: " mamma?" (tra lo sconvolto e lo speranzoso)
C. " a una condizione. Essere omosessuali è una colpa secondo te? uno se ne deve vergognare?"
A: " no! ognuno vorrà bene a chi gli pare no? ora, io questa cosa del sedere....però, mamma, sinceramente, mi fa schifo anche la cosa della... vagina. E'....boh! insomma disgustosa, ecco. Comunque....essere omosessuali va bene, voglio dire..."
C. "si va bene ho capito, non ti incartare. Allora se essere omosessuali non è una cosa sbagliata o vergognosa o da prendere in giro, tu puoi dire a Jacopo (ed al resto del mondo) che è uno stronzo quando ti da del buco, purchè tu aggiunga che è uno stronzo, perchè essere buchi non è una vergogna. Essere stronzi dovrebbe."
A: (di sotto in su) "mamma, certo che da bambina dovevi essere tremenda"
Modestamente

mercoledì 29 giugno 2016

Gelu i' muluna

Il gelu i' muluna è una terrazza col cannicciato, meglio su un tetto, alta perchè si possa spaziare con lo sguardo per tutta la campagna fino alla costa ed al mare .
Servono anche vasi di garofanini profumatissimi e una prozia vecchia come Matusalemme, vestita di nero sotto un sole che abbaglia e tutto stinge, porte finestre con tende di merletto filet fatto rigorosamente a mano e porcellane finissime custodite come tesori.
Sotto devono esserci stradine ripide, preferibilmente con gli scalini in mezzo, per i cristiani  e gli scecchi, e l'acciottolato ai lati, per i carri (anche a motore).
E un castello normanno mezzo sgarupato per l'incuria, ma imponente.
Serve anche una ragazzina impaziente, stufa per le troppe visite di cortesia e per il rito del rinfresco, ripetuto ad ogni sosta e irrifiutabile.
Quando avrete tutto, allora, potrete capire lo stupore per quelle cupolette tremolanti, rosse intense, dolci, ma non troppo, fresche.
Perfette
Za' Petruzza mi fece scoprire il profumo dei garofani, un fiore che non ho mai amato vedere, ma che ancora tengo in giardino, in un posto dove si nota poco, ma si fa sentire nei giorni caldi dell'estate.
Soprattutto però, mi introdusse al gelu i' muluna.
Sorrise con quell'aria dolce da donna di altri tempi e, dopo avere farfugliato qualcosa che preferii non capire, sul fatto che una ragazza deve sapere stare in cucina, smerciò un'altra porzione e la ricetta.
Non che ci voglia una laurea.
Ingredienti obbligatori tre: succo di muluna d'acqua (cocomero, per me, ma voi potete usare anche l'anguria) diciamo 500 ml, amido di frumento (ma anche di mais) 40 g e zucchero 50 -70 gr (dipende da quanto è maturo il frutto)
Il cocomero (ce ne vorranno almeno 800 gr) chiaramente si passa al passatutto a disco fitto o con una delle diavolerie moderne che preferite e poi si filtra
Dopo di che se ne usa un po' per incorporare gli altri ingredienti senza che si formino grumi, si aggiunge il resto, si mette sul fuoco, si fa adensare, si scatafionda negli stampi se si vuole sformare o nelle coppette se non se ne ha voglia  e si aspetta che sia ben freddo.
A piacere, si può aggiungere acqua di gelsomino o di fiori d'arancio, pistacchi tagliati a coltello, zuccata o gocce di cioccolato fondente a fingere i semi.
La guarnizione segue le aggiunte e le varianti perchè se avete scelto i pistacchi spargerete sul piatto pistacchi, altrimenti cioccolato  o anche solo due zagare per fare i fini.
E tante grazie za' Petru che eri golosa, ma sicca

mercoledì 22 giugno 2016

Sei davvero tu?

Sono le 16,00, arrivo ora.
E' sabato.
Eravamo d'accordo con la mamma e con la nuova dottoressa che saresti andato oggi, non ieri sera dopo la visita.
Potevamo aspettare e risparmiare a tutti quelle ore notturne divisi, tu dentro e noi fuori dal pronto soccorso.
Potevamo.
Questa mattina quando avete chiamato il 118 è successo un mezzo putiferio, la dottoressa che è arrivata, ha fatto accertamenti e non voleva portarti a Careggi, troppo lontano, troppo rischioso, preferiva l'ospedale di zona.
Hanno discusso, si lo so, me le immagino, loro che discutono sul tuo capo come se tu fossi un bambino e non un uomo adulto.
E' una tendenza che la mamma ha sempre avuto, un po' con tutti, ma tu ora, davvero, sei nell'ultima fase della vita, sono gli altri che tornano ad accudirti, più o meno, naturalmente, dipende da come stai e da quanto lasci fare.
Sei in reparto, lei ha insistito perchè non mi muovessi prima, perchè pensassi alla mia famiglia, ma nelle mille telefonate che ci siamo fatte aveva una voce terribile, una voce vinta.
Giro l'angolo.
Mi piace questo padiglione nuovo, coi lampadari circolari, la parete a mosaico tipo i bagni Bisazza, le stanze da due col bagno e i banconi tipo ER per il personale.
Mi muovo come a casa ormai.
Potrei dare indicazioni.
M. è morta due porte più su.
E' stata dura passarci davanti per venire da te l'altra volta. Accellerare per non farmi vedere e non farle credere che contravvenivo ai suoi desideri.
Sono arrivata, la porta è socchiusa, intravedo la mamma che briga, come sempre, cerca cartelle cliniche o documenti, non so.
Spingo la porta, faccio un passo, giro su me stessa di 45  gradi e ti vedo.
Hai una maschera trasparente, tipo da palombaro, che ti spinge l'aria nei polmoni, gli occhi socchiusi, le mani magre, ossute, sei una figura fragile nel letto, quasi piccola.
Non sono pronta.
Sei tu?
Tu sei il mio babbo?
Quello che poteva prendermi la luna allungando una mano? quello che si buttava dagli scogli e tornava sempre su con le conchiglie? quello che inventava storie buffe di ceci volanti che bombardavano cacca sui bulli? quello che comprava piste di macchinine e barbie, videogiochi e cicciobelli senza alcuna distinzione, solo perchè la bambina li voleva? quello che lanciava in aria me e tutti i miei amici e ci ripendeva al volo? quello che si metteva lì, a tarda sera, tra tre o quattro ragazzini brufolosi, affranti e arrabbiati, chè quella funzione non c'era verso di studiarla e, in qualche modo poco ortodosso, dopo un po', la tirava fuori?
Tu sei quello che mi ha inculcato che chi ragiona col cervello degli altri può vendere il suo? quello che ripeteva come un mantra che il giudizio dà, prima di tutto, la misura di chi lo esprime? quello che insegnava tolleranza e sopportazione e poi, sussurrava "fai la brava, però amore, se ti danno, rendigliele"?
No, non sei tu, il mio babbo è un buffone, uno sbruffone, un enorme giocattolo, un cantastorie.
Un gigante.
E io lo rivoglio indietro

martedì 7 giugno 2016

Vanità





Casa.
Quasi in ordine, finalmente.
ora aspettiamo che l'estate si decida ad arrivare, ma non c'è fretta.
Basta smetta di piovere

mercoledì 1 giugno 2016

Cirinnà, Cirinnà. ma che roba è questa qua

Ieri sono stata ad un convegno (il primo) sulla legge Cirinnà.
Era un bel convegno con relatori di un certo livello (prima tra tutti la dottoressa Cavallo, una che è entra in magistratura nel 1971, si è sempre occupata di minori e, come si suol dire ha fatto giurisprudenza).
Aveva due pecche, una che dipendeva dagli organizzatori ed una, purtroppo, da un certo modo di intendere e fare la politica.
Spiace sinceramente, vedere un deputato della Repubblica chiedere la parola ad un convegno in cui, dice, di essere presente come semplice avvocato, per sentirgli sostenere posizioni che confliggono già con una lettura superficiale delle norme.
Spiace se si pensa alla malafede (perchè il livello sarà anche basso e tutti ci siamo laureati con i punti della coop, ma è improbabile che sia così basso e che siano serviti meno di un migliaio di punti), spiace soprattutto perchè, le risposte date alle domande che poi gli sono state rivolte, spingono più a ipotizzare l'incompetenza o la superficialità nei giudizi (che va anche bene eh, ma se voglio sentire queste cose vengo a un comizio, se vuoi affrontare aspetti tecnici, anche criticandoli, li critichi tecnicamente. Il bar è in fondo al corridoio).
Fa invece sorridere, ma amaro, che organizzando un convegno come questo si sia sentito il bisogno di invitare, come relatore, l'avvocato-mamma-arcobaleno.
Ho provato fastidio fisico, non perchè c'era, non perchè le si chiedeva di esporsi, ma perchè era lì come lesbica con una relazione stabile e un figlio.
Ora, il suo intervento è stato toccante ed anche utile per passare dall'astratto esame delle norme alla vita vera, ciononostante, avrei preferito che trattasse un tema (ce ne sono così tanti) e su quel tema integrasse il contributo intellettuale col personale.
Così, sembrava il metalmeccanico al comizio del PCI o, se preferite, l'imprenditrice al meeting annuale di Confindustria (cose che non può capire chi non ha vissuto gli anni '80).
Comunque.
La Cirinnà è legge.
Come tutti sanno regola, diciamo due, aspetti delle relazioni sociali tutelate dall'art. 2 Cost.
Uno è quello delle famose (e famigerate) unioni civili tra persone dello stesso sesso, e l'altro è la regolamentazione della tutela riconosciuta alle cd coppie di fatto unite da un vincolo stabile, omo o eterosessuali che siano.
Secondo me ci occuperemo prima e più diffusamente delle coppie di fatto, perchè sono una realtà socialmente diffusissima e matura, quindi le situazioni "patologiche" sono numerose.
Però, oggi, alla ribalta ci sono le unioni civili, come è giusto che sia.
In moltissimi si sono stracciati le vesti su questa parte della legge, tutti detrattori, anche se spesso su opposte barricate.
Ora, la legge Cirinnà per me ha un enorme difetto: non introduce il matrimonio, meglio, non chiama matrimonio l'istituto che introduce.
Questa è la critica peggiore che mi sento di muoverle.
Naturalmente ne capisco il senso (non avremmmo mai avuto una legge. Punto), ma non mi piace lo stesso.
A chi ne ha tempo e voglia, consiglio di leggere la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha esteso il matrimonio egualitario, alle coppie dello stesso sesso.
Il relatore (un repubblicano nominato da Reagan) scrive, più o meno, che il matrimonio è un istituto fondamentale, tale da concorrere alla definizione del concetto stesso di amore, che  è scelto da chi intende travalicare il suo essere singolo ed aprirsi ad una dimensione più ampia, che insomma è così ganzo che sarebbe ingiusto non consentirlo a tutti, soprattutto a coloro che gli attribuiscono un valore così alto da volerlo per sè.
Naturalmente può far sorridere l'idea che parole così auliche siano usate dai giudici di un paese che celebra moltissimi matrimoni e moltissimi ne scioglie, con durate dei vincoli anche assai basse e quant'altro. Del resto, è il paese in cui una come Liz Taylor si faceva vanto di avere fatto sesso solo con uomini che aveva sposato (una fatica inutile, secondo me, ma contenta lei)
Dà però la misura dell'importanza simbolica riconosciuta all'unione tra due persone ed alla tutela che lo stato intende attribuirle almeno finchè dura.
Il nostro legislatore, per mille ragioni, non ultima l'opportunità politica, ha fatto esattamente il contrario.
Niente simboli.
Niente riferimenti alla "vita familiare" (tranne una svista a un certo punto), terminologia neutra, niente "rito solenne", via l'obbligo di fedeltà (ma sono decenni che la fedeltà fisica non conta praticamente più e la fedeltà spirituale rientra anche nel concetto di obbligo di assistenza morale, rispetto reciproco e comunanza di vita)
Niente di niente.
Però le norme della Cirinnà seguono pedissequamente quelle, indovinate un po'? Del matrimonio si, esatto.
Quindi quando Bertone e la sua comitiva, dicono che si è introdotto un matrimonio mascherato, ad essere intellettualmente onesti, tocca dare loro ragione.
E stappare lo spumante.
Lo stesso, in modo toruoso, potrebbe valere per l'adozione del figlio del partner.
Sarebbe stato bello avere un rinvio esplicito alla legge sulle adozioni, magari alla lettera b) e non d) dell'art. 44  consentendo così all'unito civilmente di adottare il figlio del compagno come possono già fare il coniuge o il convivente eterosessuale (con adozione non legittimante, parliamo comunque di questa tipologia, per tutti questi casi).
Ci spero fortemente, a dire il vero, ma al momento, il fatto che la legge, tra le esclusioni che prevede, non annoveri quella specifica normativa, consente ai tribunali di fare quello che stanno già facendo da tempo.
La Corte di Cassazione è lì che riflette, ha una riserva da sciogliere, incrociamo le dita e tifiamo perchè decida bene.
Ed a Sezioni Unite 

giovedì 19 maggio 2016

wild boys

E' quasi notte, i bambini dormono, non sei sceso in salotto, non sei salito in camera, sei fuori.
Ti vedo, quasi per caso, nella penombra tra l'ultima luce e le prime stelle, sei una massa scura sulla sdraio di corda, al di là della vetrata.
Viene da te la musica che sento, un medley tra l'imbarazzante ed il nostalgico, country e anni '80, revival direbbe la praticante nuova che, orrore e raccapriccio, è nata quando il Muro era già giù.
Revival.
Non è detto sia una cattiva idea.
Esco scalza, il cotto è freddo, ma l'aria profuma, mi rannicchio sulla sdraio vicina alla tua, faccio un bozzolo caldo del maglione, i piedi sul legno, le braccia attorno alle ginocchia .
E' così bello qua.
Imperfetto, vero, così naturale, eppure così costruito.
Lo sguardo scivola dagli olmi ad altezza sguardo verso la collina, le file scure dei filari, il manto spettrale della serra, le chiome arruffate degli olivi, il bosco.
Poi torna indietro, si abbassa e si avvicina, trova la macchia invadente del bambù che era una pianta buttata per morta accanto ad un cassonetto quando la prendemmo, impietositi, e ora ha canne con cui potresti costruire una zattera se fossi un bambino e avessi un ruscello.
Non abbiamo un ruscello.
Peccato
Ma non hai tagliato l'erba, è alta, anche qui, subito dietro il muretto che delimita la loggia, e così nella piccola scarpata ci sono le spighe della (a)vena, gli agli selvatici, i narcisi di campo, profumatissimi e solo un po' meno altezzosi di quelli blasonati.
Soprattutto ci sono i papaveri
Rossi, ovvio, ma se mi alzassi e cogliessi tre o quattro bocci potrei ancora giocare, come da piccola, ad indovinare il colore dentro lo scrigno verde: bianco, rosa o rosso?
Un gatto fa scattare la fotocellula, si accendono i faretti delle scale, è uno spreco che mi dovrebbe infastidire, ma stasera mi piace pensare che sia il giusto rimbrotto del vecchio annesso, il suo modo di schernirmi per  le volte in cui ho detto che lo avrei tirato giù io, da sola, a mani nude.
Ero solo paura.
E rabbia.
Cose andate, rimaste sotto le macerie della vecchia casa, della vecchia vita, quella che non è mai cambiata per chi non sa.
E' difficile spiegare, forse inutile, non ha senso capire se questa nuova casa vecchia sussurri ora tanta pace, perchè l'abbiamo trasformata a nostra misura o se la trasformazione sia solo il suggello dei cambiamenti.
Se bastasse davvero aprire uno sguardo sulla valle e mettere un cancello.
La ricerca delle cause e degli effetti, a volte è oziosa, ma smettere è difficile per chi vive di "perchè".
Caprioli abbaiano vicino, si avvertono dei pericoli, si cercano per la notte.
Anche io ti cerco con lo sguardo, ma non ci sei
Non so quando ti sei alzato, ma prima che mi stupisca sei già di ritorno, mi porgi un bicchierino: grappa di brunello.
Sospiro di piacere
Sorridi
Ti siedi, scegli un'altra canzone.
Wild boys?
Davvero?
Vo a letto.

martedì 3 maggio 2016

Vacanze e rientri amari

Pregustavi il racconto di questi pochi giorni trascorsi a Barcellona.
Descrivere una bella città, gli occhi incantati di Attila nella Sagrada Familia, il sorriso malandrino di Totila che ammansiva "ola" a neonati, ottuagenari e anche a un paio di peripatetiche al lavoro nei vicoli subito dietro le ramblas.
Le tapas e casa Batllò.
Il treno che collega la "cittadina fighetta" alla grande città, venti minuti di pace al posto della mezz'ora di nervi che sono la tua quotidianità e la sola vera cosa che invidi con tutto il cuore e non poca cistifellea.
Lo straniamento di fronte alla nascente, incredibile, consapevolezza che, nel posto fighetto, non c'è alcuna cognizione di programmazione urbanistica, distanza tra costruzioni, desiderio di armonizzare gli edifici tra loro, ma si fanno case, anche bellissime, alla rinfusa e spesso a meno di un metro dal muro di confine con un'altra casa, che ha finestre a meno di un metro dallo stesso muro, e i muri sono ovviamente altissimi e i sistemi "antibracaggio" degni della migliore intelligence. 
Il nazi catalano e l'italiano.

Il dolce piacere di farti mostrare una città da una persona cara che ci vive e, insieme, di permetterle di mostrare ad una persona cara il posto dove vive.
I bambini addormentati, ammassati in tre in un letto.
Le chiacchiere.
La festa di paese con la birra che costa quanto l'acqua, ed è meglio.
La leggerezza del non dovere avere filtri.
Invece no.
Siamo di nuovo tutti col cuore a Careggi.
E io non posso credere che stia succedendo, anche se so che sta succedendo e, se da ora in poi deve essere così, un po' me lo auguro.
Mia mamma piange.
Io no, ma tremo tanto da non poter trovare riposo nemmeno nel cuore della notte.
E non c'è fuoco, non c'è sole che mi scaldi

giovedì 21 aprile 2016

Sfogo scolastico

Colloquio con le maestre di Attila.
I miei colloqui con le maestre sono sempre divisi in due parti, una in cui si parla di Attila ed una in cui si parla della classe nel suo complesso giacchè sono l'immarcescibile rappresentante e quindi, ormai da anni, l'incudine su cui tutti i colpi cadono.
Ora
Io, per mestiere sostengo la posizione di altre persone.
Questo, anche se può sembrare strano, essendo gli avvocati notoriamente delle inutili merde, mi insegna tutti i santi giorni che ci sono molte posizioni, molte ragioni, molte opinioni, molti punti di vista, che la vita non è una figura geometrica piana, chiusa, regolare e magari, pure, monocromatica, che l'area di qualcuno non è mai data, solo, dalla base delle sue azioni per l'altezza delle sue convinzioni diviso due
Mi insegna che a volte c'è "il torto", ma raramente c'è la Ragione.
Io giudico, giudico tutti i giorni, tutti i minuti, tutti i secondi, e lo rivendico, ne sono fiera.
Io giudico ma non condanno, perchè non  sono portata per la materia, perchè non so mai niente, davvero, di quello che sto giudicando, non abbastanza comunque per condannarlo.
Però, ecco, però a volte, ne ho le scatole piene che straboccano.
Quindi, a futura memoria:
1) io credo che una maestra che insegna agli alunni a seguire uno schema nella redazione di un testo semplice come quelli che si fanno in quarta elementare sia encomiabile e non un mostro che tarpa le ali della creatività a tanti novelli Tolstoj;
2) io credo che una maestra che chiede ai suoi alunni, di quarta elementare, di dividere i paragrafi del libro di storia in sezioni, individuare i termini salienti di ognuna, ricavarne un titolo ed eleborare un breve riassunto, non sia una sadica degna di De Sade, ma una professionista encomiabile che cerca di insegnare un metodo di studio a coloro cui magari, un lontano domani servirà;
3) io credo che una maestra che lascia andare un cazziatone ad un alunno perchè fa le operazioni a mente, azzecca il risultato, ma pasticcia il procedimento meriti la ola allo stadio Maracanà, perchè prima o poi ci saranno operazioni che a mente non si sanno risolvere.
4) io credo che se un'insegnante fa un lavoro sul Piccolo Principe per parlare di diversità, di accoglienza, di rispetto, per spiegare che chi fa il prepotente è un debole ed un vile e non un ganzo, un genitore dovrebbe esserne felice, perchè queste cose, mediate, arrivano più lontane di 100 incontri in classe col maresciallo dei carabinieri per il progetto anti bullismo.
5) io credo che se nelle ore scolastiche, per meglio svolgere il programma, si fa un po' di teatro, ci si possa ritenere ragazzi fortunati, anche se un giorno la settimana non si va in giardino
6) io mi sto sbattendo di qua e di là per affiancare, fuori dall'orario curriculare, al progetto sull'informatica, gli incontri del coder dojo e rompo l'anima all'universo perchè ci si iscrivano più femmine possibile. Mi infastidisce sapere che per qualcuno è una sciocchezza, perchè sono cose troppo lontane da ciò che i bambini - soprattutto le femmine - potranno mai vedere nel quotidiano (wilma! dammi la clava!).
Io certa gente non la vorrei tra le palle, perchè io questa gente la giudico molto male.
Non la condanno perchè non la conosco abbastanza, per fortuna mia
E non parlo di bambini    

mercoledì 20 aprile 2016

Vita liquida

Appartengo ad un mondo in cui i tempi erano netti e definiti: ci si alzava, ci si lavava, si faceva colazione, ci si rilavava, si andava a scuola, si tornava, pranzava, studiava, giocava/chiacchierava/faceva sport (se c'era tempo), cenava, leggeva, dormiva.
L'università per me che non ho studiato fuori sede, ha portato modifiche sostanziali nella routine, ma nessuno stravolgimento.
Una vita completamente diversa era una parentesi, più o meno lunga, all'estero o, in vacanza.
Quando ho iniziato a lavorare, ho sentito il bisogno di dare una forma alla mia indipendenza, una forma che non si è rivelata troppo diversa dal già conosciuto.
La libertà stava nel poter mettere da sola limiti e confini e quei limiti erano, ancora una volta, netti e chiari: c'erano un orario per il lavoro ed un orario per tutto il resto. Non esisteva andare a fare compere alle cinque del pomeriggio, salvo casi eccezionali, e non esisteva lavorare il sabato sera alle dieci, salvi casi eccezionali o (supposti) amici scrocconi.
Mi piace pensare di non essere una persona rigida, ma so di avere le mie rigidità.
Una che sto forse, faticosamente, imparando a superare è questa.
Si potrebbe dire che il mondo cambia, ma più banalmente sono le mie esigenze che cambiano ed io devo adeguarmi.
Ieri non ho messo neanche un piede in studio, eppure ho lavorato.
Ho portato un bimbo dalla pediatra e avuto una sessione con un cliente, ho cucinato - per pranzo - pollo fritto e carciofi e risposto a mille mila mail, ho ospitato ragazzini lego-dipendenti e chiuso una transazione, ho persino saltato alla corda (come facevamo a farlo per ore?).
Mi piace?
Non troppo, ma in questi giorni è così e almeno sto imparando che posso farcela