lunedì 10 luglio 2017

Palpiti

Lei è minuta, magra, non è un tipo che spicca nella marea del centro estivo.
Solo se ci si prende la briga di guardarla, si nota che ha occhi meravigliosi, allungati, profondi, da gatta, e si muove con una grazia affascinante, più da ballerina classica che da pallavolista.
Avendo tempo da perdere, e volendolo perdere ascoltandola, di potrebbe scoprire che è pacata, ma tutt'altro che remissiva, ha i sogni enormi dei bambini e la determinazione implacabile di chi si affaccia alla prima adolescenza senza avere introiettato alcun limite,  è' dolce di quella dolcezza che non è smanceria o bamboleggiamento, ma dono dello spirito.
Attila la guarda e la ascolta con la faccia di chi non sa cosa gli stia capitando.
Lui, che ha passato gli ultimi due anni a dirsi "innamorato" della prima della classe, scambiando ammirazione e divertimento intellettuale per una cotta, siede accanto a questa nuova amica mentre intorno impazza la festa dei saluti.
Sussurrano.
Mi ha confidato, giorni fa, che lei si è dichiarata mettendo le mani avanti: mi piaci, ma so che non ti piaccio, non te ne devi preoccupare.
E lui è rimasto così, senza parole, lusingato, stupito, confuso, invaso da un mondo di sensazioni, emozioni, forse fantasie a cui non sa dare un nome e nemmeno trovare un posto.
Nessuno dei due, veramente, sembra avere idea di quello che stanno provando, a nessuno dei due, direi, importa granchè, di sicuro nessuno dei due è arrivato a pensare che quelle sensazioni, quelle emozioni, potrebbero portare a qualcosa di diverso, più concreto, di qualche frase sussurrata, forse di qualche complimento.
C'è il futuro per quello.
Lunghi anni a venire.
Ora ci sono solo due bambini, una notte stellata, il canto delle cicale, l'estate intorno, una promessa del corpo e dell'anima.
E quattro genitori, invasi da un'enorme tenerezza

mercoledì 21 giugno 2017

La nonna ed i suoi nipoti

La loro nonna è piccola e bianca come si conviene ad una nonna, ma questo è tutto ciò che concede all'iconografia.
La loro nonna ha braccia muscolose e fisico scattante, occhi svegli e sorrisi pronti, tenerezze e concessioni infinite, ma detta limiti ben precisi e insuperabili.
Non c'è niente che ritenga imperdonabile, inescusabile o ingiustificabile se l'hanno fatto loro, ma giudica sbagliate un sacco di cose e non si fa scrupolo se deve rimetterli in riga.
Si commuove davanti alle pagelle e con quei lucciconi ne impegna uno a leggerle, anche d'estate, Geronimo Stilton  e l'altro a rinfrescarle le regioni d'Italia.
E' una strega la loro nonna, anche se loro ancora non lo sanno.
Vince facile, perchè fa le battaglie con le spade di star wars ed i fucili ad acqua e, solo poi, si lamenta che le verrà l'artrosi per l'umidità; perchè dichiara che quelle della sua età se cadono si rompono, ma poi gioca a pallone; perchè prepara per loro il brodo anche con 40 gradi all'ombra, non contempla uno spicchio di mela senza una mollichina di parmigiano ed è convinta che la gelateria sia il posto migliore in cui fermarsi alle cinque del pomeriggio.
Se è triste, sorride lo stesso e guarda al futuro con una caparbietà che le ha insegnato la sua mamma.
I suoi nipoti sono sempre più grandi, più alti, più indipendenti e lo sguardo di adorazione e impazienza che le riservano è sempre più bello.
Uno prende ancora la rincorsa per abbracciarla e le riempie di baci la pancia, le invade la casa con i lego che, dalla cesta, rovescia immancabilmente sul tavolo di cucina, la rintrona di chiacchiere.
L'altro, è più misurato, meno fisico, il bambino che viveva di contatti, sta lasciando il posto al ragazzo, ogni tanto però le si acciambella addosso, le sussurra segreti, le regala una tenerezza ritrosa che lei accoglie come una cosa preziosa.
La cercano i suoi nipoti e se un giorno non la vedono, il successivo vogliono andare a trovarla.
Si mancano a vicenda
Si vogliono quel bene che viene dal conoscersi, dallo stare insieme, dal sopportarsi e dall'apprezarsi.
E' un privilegio potersi sedere a guardarli


lunedì 19 giugno 2017

Jus soli

All'università ti hanno insegnato che ci sono due modi per attribuire una cittadinanza e, nel mezzo un sacco di varianti, eccezioni e aggiustamenti.
I due modi sono banali: sei cittadino dello stato in cui nasci e importa nulla da dove arrivavano quelli
che ti hanno fatto, oppure sei cittadino del posto da cui sono arrivati i tuoi genitori è importa nulla dove, per caso o volontà, ti hanno scodellato.
Noi siamo sempre stati emigranti, ci portassimo dietro polenta o tinniruma, il rimpianto dei monti, del mare o di entrambi, bestemmiassimo la fame con un dialetto o con l'altro; quindi scegliemmo la seconda opzione chè tanto dove andavamo facevamo comodo e ci avrebbero preso lo stesso ed anzi, l'idea avessimo un posto cui tornare consentiva di trattarci come troppo spesso ora noi trattiamo altri.
Male.
Io non credo sia un male, sono una donna di tradizioni e radici e non mi disturba avere d'intorno italiani che dell'Italia sanno meno di niente.
Però qualche mese fa ho fatto lezione sulla costituzione in quinta ed ho provato imbarazzo guardando negli occhi Giulia e Jasmine, Samuele e Indrit, un imbarazzo che, non avevo con Lorenzo e Michela, con Corso e Ginevra, ma neanche con Jun, Kai, Sean e Honey.
Non l'avevo perché loro sono italiani, solo italiani o anche italiani, questo non importa, nessuno potrà loro togliere il posto che hanno sempre chiamato casa, dire che i costituenti non parlavano loro o che studiano una storia cui non appartengono.
Senza Samuele la squadra di calcio non avrebbe il suo portiere, senza Jasmine, il prossimo anno, non avremmo la più  promettente pianista della scuola, senza Giulia nessuno sospirerebbe dietro ad Attila ed  Indrit non potrebbe smentire un sacco di luoghi comuni ogni volta che strascica la c.
Non è una questione di risorse, di impegno o di giustizia, è banalmente un dato di fatto, questi ragazzi sono identici ai nostri, non meglio, non peggio: uguali sputati.
Questi sono i nostri bambini.
E se c'è una cosa di cui vado fiera del mio piccolo mondo è che, per quanto ci provi, se lo racconti, sia gretto e meschino, pettegolo e parolaio, è anche abituato a guardare le cose per come sono e le persone in faccia.
Con i miei nonni hanno fatto cosi

martedì 13 giugno 2017

Mode, giornali ed esposti in Italia

NB: non è mia intenzione negare l'esistenza di problemi, sminuire tragedie, fingere di vivere in un qualche meraviglioso paradiso di virtù che non ha patria su questo pianeta.
Questa è solo una mia considerazione sulla tendenza a seguire le mode e sulle mode giornalistiche italiche.
Se dovesse ancora servire, ricordo che sono sarcastica d'indole e cinica di impostazione.
***
 Ho un cliente che di mestiere fa il giornalista e nei giorni scorsi ha ricevuto un'incolpazione dal suo consiglio di disciplina perchè gli hanno fatto un esposto.
Nell'esposto (e quindi nell'incolpazione) gli si contesta di avere violato le regole deontologiche della sua professione pubblicando una notizia di cronaca relativa ad un minore in modo tale da solleticare azioni emulative e da renderlo riconoscibile.
Il tipo, semplicemente, non è il tipo.
E, anche se fosse non potrebbe permetterselo chè lui scrive una pubblicazione più che locale, dalle mura di Firenze a quelle di Siena; se c'è una cosa che non può rischiare è di fare male alla gente che è contemporaneamente la sua fonte ed il suo pubblico.
Chiuderebbe e rimedierebbe anche qualche ceffone.
Infatti l'esposto non glielo ha fatto la famiglia, ma una collega che lui dice gelosa.
Siccome il mio lavoro, spesso, è capire, gli ho chiesto perchè abbia scritto quell'articolo, uscito a distanza di giorni dai fatti, quando la notizia era già più che nota e quasi digerita; mi ha risposto che un settimanale cartaceo suo concorrente aveva parlato di bullismo e questo cambiava le cose; non scrive di atti di autolesionismo, mai, perchè sono atti privati, ma se la causa ha rilevanza sociale, allora c'è dovere di cronaca
"E anche una delle tre famose S che fanno vendere i giornali", ho pensato malignamente io che ho, però, solo cortesemente chiesto: "l'articolo però il bullismo lo nega, quindi?"
Quindi, prima di scrivere anche solo il titolo, il "ligio professionista" ha chiesto conferma al maresciallo dei carabinieri di zona e questo non solo gli ha detto "ma de chè?" lo ha anche pregato di sputtanare gli sciacalli che stavano facendo sorgere dubbi sul tessuto scolastico e sociale di una piccola comunità, un paesino dove i ragazzi sono pochi e si conoscono tutti e le paure fanno presto ad amplificarsi di orecchio in orecchio.
Ora io dico: il bullismo esiste e va combattuto, ma è anche certo che quest'anno va di moda come e più dei fidget spinner tanto che, insieme a quello vero, tutti ne hanno anche di quelli presi dai cinesi. Le cose tarocche, lo sanno tutti, costano la metà e sono pure più interessanti.
Sulle mode giornalistiche italiche ci sarebbe da scrivere enciclopedie: ci sono stati i morti sulla strada e pareva di stare sul Carso nel '15-'18, c'è stata la meningite e pareva la peste del Boccaccio, ci sono stati i neonati abbandonati e sembravamo tutti Erode (e anche lui poveraccio, quanta cattiva stampa!), poi, improvvisamente, nessuno si è più sfracellato ubriaco il sabato sera, nessuno si è più sentito male e tutti i bambini sono tornati felici e amati.
Mah!
Ora ci sono il bullismo ed il femminicidio.
Bono anche quello!
Sembriamo tutti Barbablu.
Poi leggi le statistiche e scopri che abbiamo le stesse statistiche del Giappone. 138 donne uccise nel 2016 su un totale di 398 omicidi volontari, una percentuale per 100.000 abitanti (0,66) sotto tutte le medie.
Sia chiaro sono sempre troppi, 1 è troppo, ma l'emergenza non c'è, ci sarebbe da lavorare sulla quotidianità.
Quindi, in fondo, volevo capire, ma tutti questi iscritti a scienze della comunicazione, di preciso, che studiano?

lunedì 15 maggio 2017

Il buco

Sono passate ormai tre settimane.
La vita è, più o meno, ripresa.
La mia mamma nasconde la sua pena nella mille cose che ha sempre fatto, comincia a lamentarsi delle troppe telefonate serali che le fanno amici e parenti, si rifiuta di venire a pranzo o a cena da noi.
Si scioglie, però, quando Totila le chiede se una sera può dormire da lei così le tiene compagnia sgranandole in faccia quegli occhi tanto simili e quel sorriso malizioso, in bilico tra il ti-voglio-tanto-bene ed il ti-sfotto-troppo.
Io sto bene.
Non lascio che l'emozione passi il muro.
Penso alle cose da fare, ai bambini, al marito.
Giro a vuoto.
Affastello.
Abbiamo festeggiato i compleanni con le abituali feste in giardino, ho cucinato un po' meno del solito, ma, per una volta, ho fatto le torte per le candeline proprio come le volevano loro.
Torte da cartone animato o da telefilm, una con tanti strati di pan di spagna (una noia fare il pan di Spagna e stare lì a vedere se gonfia!) e composta di frutti di bosco, rivestita di panna montata e guarnita con frutti freschi, l'altra, identica nelle dimensioni, farcita di mousse al cioccolato e coperta di ganache.
Sono venute bene.
Io non le ho toccate.
Non le avrebbe mangiate neanche lui.
Quando sono così alte e inzuppate di roba, fanno tanto pastone per cani, mi avrebbe detto.
Avrebbe anche controllato le bevande sul tavolo e non avrebbe mancato di farmi notare che metto sempre troppo poco vino, che si, va bene, sono feste per bambini, ma ai genitori bisogna pensare: se stanno bene loro, è più facile anche per i piccoli.
Gli ho portato le rose del giardino, le inglesi dai mille petali che nascono rosa e finiscono bianchi. Non hanno profumo, non sono come quelle rosse che gli piacevano, proprio non sanno di rosa
Insomma, niente, sto bene, ma ho un buco.
Mi dicono che ci vorrà un po', ma non so se è vero.
Se mi va bene, finirà che ci farò meno caso

martedì 2 maggio 2017

la telefonata

Alla fine la telefonata è arrivata.
E' arrivata quando meno te lo aspettavi.
Dopo qualche giorno al mare che aveva il sapore di una forca, ma fatta quando non erano previsti compiti o interrogazioni.
Dopo un giro allo Stibbert ed un pomeriggio al Piazzale tra il giardino degli Iris e quello delle rose.
Dopo un 25 aprile di sole e di amici, come dovrebbe essere.
E' arrivata mentre ti preparavi ad affrontare robe noiose, quelle che vigliaccamente posticipi finchè puoi e anche un po' dopo.
E' stato completamente diverso da quello che aspettavi, per certi versi meno terribile, per altri mostruoso, perchè, folle che sia dirlo, completamente inatteso.
Ti ha chiamato la dottoressa di famiglia, tua madre non era in grado, urlava, isterica, mentre aspettavano il 118.
Ti ha portato lui, non saresti stata in grado di guidare, perchè lo sapevi che, questa volta, il solito mantra non sarebbe servito.
Tua madre non urla e, soprattutto, non è donna da reazioni isteriche.
Lo hai trovato a letto, nel suo letto, nella sua casa che amava tanto.
E lì hai fatto in modo che restasse.
E' stata una consolazione, per quanto misera e magra
Così come è stato di grande aiuto che tanti abbiano scelto di passare a salutare, di farsi sentire in qualche modo.
La chiesa piena.
I vicini, i volontari della casa del popolo, il gruppo della pesca, i fungaioli.
Gli amici del mare
I colleghi lasciati più di vent'anni fa.
I parenti dalla Romagna.
I tuoi colleghi.
I tuoi amici, dall'asilo in giù
Tante mamme e persino alcuni compagni di scuola di Attila
Persino l'equipe che lo aveva in cura
Si certo, fosse un altro momento, diresti che per molti è stato il senso del dovere, dell'educazione, forse del rispetto, quel filo ipocrita che lega le comunità.
In questo momento però il cinismo ti fa difetto e ti ritrovi a pensare che è bello anche così, va bene il rispetto, l'educazione, il dovere di essere, anche per un attimo e forse un po' di malavoglia, vicino.
In tutto questo, nel dolore che ancora non senti appieno, perchè non hai ancora smesso di girare e di brigare, o meglio perchè hai paura di smettere, ci sono state la parole di Attila.
Il tuo ragazzo in bilico, volato sull'altare prima che poteste fermarlo, agghiacciato dal mare di facce rivolte verso di lui che, nonostante tutto, ha detto la vera e sola cosa che conta nella vita:
Ci voleva tanto bene, gli volevamo tanto bene

mercoledì 19 aprile 2017

Apparenze. Perchè non ne posso più di sentirmi dire che non sono un buon metro di giudizio


Avessi un euro per tutte le volte in cui mi è stato detto che non si deve giudicare dalle apparenze, che l'apparenza inganna, che bisogna guardare all'essenza e non al resto, potrei azzerare il deficit di diversi paesi oltre al nostro (tranquilli, non lo farei mai, i soldi non si buttano).

Dice che è da superficiali giudicare dalle apparenze.
Perchè quelli profondi che hanno? un libretto delle istruzioni ad ok? Leggono la mente? Hanno capacità divinatorie precluse ai più? C'è un qualche padreterno che dà loro delle dritte? cosa? 
E soprattutto, perchè io no? 
Perchè l'unico strumento che mi è toccato in dotazione è quello, molto faticoso e soprattutto troppo fallace, di osservare il prossimo se voglio capire che prossimo è?
Io so solo fare questo.
So guardare come si presenta al mondo, come si veste e si acconcia , come si muove e parla, come usa, se usa, certi strumenti, come si pone in relazione a ciò che lo circonda e so ascoltare le parole che sceglie, come cambiano, se cambiano, con chi si esprime in un modo e con chi in un altro, come reagisce quando è lui ad ascoltare, se ascolta e come. So (almeno ci provo) osservare come si muove nei ruoli che la vita gli ha assegnato, nelle sue funzioni, se li indossa come armature o come magliette, se ogni tanto se li sfila o se gli restano appiccicati addosso come la tuta di superman e poi se deve andare in bagno di fretta sono dolori.
Sbaglio. Tanto.
Mi salva solo (quando mi salva) il considerare ogni opinione solo e soltanto temporanea, mai definitiva.
Eppure, per quanto trovi che è un strumento misero il mio, non riesco a condividerla questa idea romantico - platonica per cui l'apparenza è una roba da sciocchini,  una "realtà inferiore" cui si interessano solo quelli che non hanno accesso alla verità delle "idee e delle essenze".
Mi sembra invece evidente che ognuno di noi, tolti i momenti in cui è più solo con la sua intimità (e solo se è davvero sincero), è insieme una persona e la sua immagine; quell'immagine che egli stesso costruisce per il mondo offrendosi al suo sguardo e, spera, al suo apprezzamento. 
Insomma, mi sembra una considerazione fin troppo banale quella secondo la quale nessuno ha un accesso immediato al mondo interiore altrui, nemmeno a quello di coloro che più sente vicini, esattamente come nessuno riesce a svelarsi agli altri, nemmeno alle persone più care, senza passare attraverso la mediazione dell'apparenza. Quindi non capisco in base a cosa dovrei giudicare.
Certo, uno può sempre dire che giudicare è in sè sbagliato.
E' un'altra affermazione molto di moda, da gente cui piace definirsi aperta e sensibile.
Fortunatamente per me, io non ho di queste velleità e così posso permettermi di pensare che giudicare sia fondamentale: solo giudicando infatti si conosce, solo giudicando si cresce, progredisce e, in definitiva, si vive.
Cosa è in fondo l'azione del giudicare se non quella di scegliere?
Il punto, secondo me, non è giudicare o meno dalle apparenze, quello è inevitabile; il punto è la cura, l'attenzione, l'impegno che si mette nell'indagare l'apparenza chè se mi basta vedere una persona vestita firmata per pensare che sia ricca, non sono le apparenze che mi ingannano (birbone), sono io che ho problemi col sistema logico - deduttivo.

Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze.

Il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile

O. Wilde. Il ritratto di Dorian Gray