lunedì 1 luglio 2019

Felice. Con sensi di colpa

In questo periodo sono felice.
Felice è una parola grossa, una di quelle che dalle mie parti si usano con parsimonia.
E' una questione di pudore, forse, di scaramanzia, o solo la consapevolezza che se c'è uno stato transitorio nell'esistenza, quello è senz'altro la felicità.
La felicità è cosa fragile, effimera, un'alchimia tanto preziosa quanto instabile.
Se dura troppo diventa subito un'altra cosa: serenità, allegria, gioia, completezza, sicurezza.
Se dura troppo e non è diventata un'altra cosa, è segno che sono venuti a mancare ancoraggi importanti con la realtà.
E in effetti una ragione per cui sono felice è che ho tagliato certi ancoraggi.
Ho messo da parte la smania di leggere commenti e prese di posizione su cose che ritengo sbagliate, il desiderio di spiegare, di mostrare, il rifiuto di comprendere che non c'è un vero dialogo, la ricerca all'esterno, di giudizi più saggi da persone qualificate o solo che vivono all'estero.
Ho accettato che la ricerca di dialogo è spesso inutile, perchè non c'è volontà, che i giudizi si sprecano anche e spesso per vanagloria, superficialità, desiderio di dirsi diversi senza considerare (a volte sapere) da quale pulpito di parla
Mi sono ritirata nel mio "particulare", qui dove i figli crescono bene e possono fare prove di libertà, dove la bellezza dilaga, dove si possono ancora fare conversazioni intelligenti, dove le cose che mi servono ci sono e funzionano, dove non tutto è un prodotto o un servizio, dove  si può fare (e non solo dire) in favore di chi ha bisogno, dove si può lavorare e, col lavoro, levarsi qualche sfizio.
Qui dove posso, se non fregarmene, distrarmi un po' dal resto del mondo   
Peccato che poi mi senta in colpa

venerdì 21 giugno 2019

A cena con Greta

Dovevamo essere 9 amiche
9 donne a cui dovevano aggiungersi, per il tempo strettamente necessario a buttare giù un boccone, i 3 maschi di casa.
Ci eravamo messe d'accordo con il classico metodo del "icchè c'è, c'è": ognuna portava qualcosa quello che aveva o che poteva, considerando che una cena di martedì sera, in un periodo che per molte è di super lavoro, è più che altro una scusa.
Io, naturalmente, avevo trovato il tempo di fare un dolce al cioccolato (più calorie che atomi), una zuppiera di cous cous e anche qualcos'altro, perchè l'idea che uno possa uscire da casa mia senza essere sazio, confligge con i miei istinti primordiali
Alle 19,30 il conteggio segnava 20 persone: 7 ragazzi, 2 maschi adulti e 11 donne.
È  stato allora che è arrivata Greta, si è seduta in un angolo e ha cominciato a sorridere.
Io e Greta abbiamo idee simili, solo che lei combatte battaglie e io, invece, seguo senza nemmeno pensarci tradizioni contadine.
In casa mia il vetro non si butta, si riusa tutto: bottiglie, barattoli, contenitori.
In casa mia l'umido va in compostiera sempre, tutto, senza sconti.
In casa mia si mangia rigorosamente stagionale e se becco qualcuno che a dicembre pontifica sull'inquinamento globale mentre spelluzzica lamponi, fragoline di bosco o ciliegie, lo svernicio, perchè io questa frutta la adoro, ma arriva per via aerea chissà da dove, conservata chissà a quale prezzo, e quindi ci rinuncio, senza fare tanto la saputella
In casa mia, prima di comprare qualcosa, si valuta l'imballaggio chè io mi scoccio se i bidoni al momento dell'esposizione settimanale, sono pieni
In casa mia la plastica non è considerata idonea per i prodotti alimentari: non ci si mangia, non ci si beve, non ci si conservano gli alimenti nè crudi, nè cotti chè poi, anche se la lavi, le rimane sempre quell'alone disgustoso di mal pulito che mi fa passare tutta la poesia
L'unica deroga sono i contenitori del gelato (preferibilmente carte d'or) usati per stipare nel congelatore la qualunque
Ergo, in casa mia non ci sono tovaglie, posate e stoviglie di plastica
Greta annuiva  benevola  mentre tiravo fuori il servito della nonna, quello da 18
I bicchieri bassi
L'intero servito di posate
E via via che le amiche arrivavano con salse e salsine per crostini e stuzzichini, una quantità vergognosa di vassoi.
Era ancora con me, alle una, mentre  finivo di rigovernare e la lavastoviglie girava
Mi avesse asciugato un bicchiere!

martedì 11 giugno 2019

fine scuola, inizio estate

Attila aspetta con ansiosa leggerezza la pagella.
Ha passato gli ultimi giorni di scuola a controllare la sua media sul mio account del registro elettronico ed a fare inutili preventivi per un computer cui, al momento, manca solo la caffettiera (il programma per fare il caffè, c'è)
La sacca del karate giace da ieri in mezzo alla sua stanza, aspetta di essere svuotata nel cesto della biancheria sporca, spera, forse, senza speranza che vi provveda una mano pietosa.
Non succederà, ma se me lo chiede, lo aiuterò a ripiegare per bene la cintura marrone in attesa della ripresa a settembre.
L'anno è stato lungo e difficile
Non per i risultati, quelli gli sono sempre venuti facili, a volte troppo.
E' stato difficile perchè questi sono gli anni della crescita, dei cambiamenti fisici, delle emozioni violente e confuse, delle amicizie, delle insicurezze, e del loro intreccio, capace, non di rado, di produrre un mezzo disastro.
Ha sperimentato i rischi dell'autonomia che non è libertà, ma responsabilità (che uggia essere la mamma): non ha studiato materie che non gli piacciono, ha preso un paio di brutti voti, a ripreso a studiarle, a sbuffare, a venire a ripeterle in cucina (o a chiamare la zia con whatsapp)
Ha vissuto il rifiuto, quello che brucia, chè ci ha messo mesi per trovare il coraggio di dichiararsi alla sua migliore amica e ora è lì, con un no che sembra avere posto fine, nell'imbarazzo, a ciò che c'era ed a ciò che non c'è.
Ha incontrato qualche gatto e qualche volpe, qualcuno di quegli amici che è meglio non avere, troppi dal mio punto di vista, ma a lui non sono ancora bastati per imparare che "amico" è un titolo onorifico di alto valore di quelli che vanno concessi con parsimonia.
E' felice
Totila, la pagella la aspetta con un po' di paura.
Si è costruito l'immagine di quello che non è bravo a matematica e si fa fatica a fargli dipingere un quadro diverso, a fargli vedere che non è affatto vero, che non è una gara e, soprattutto, che se davvero ci tiene tanto, un modo c'è e si chiama impegno.
Vorrei stringerlo forte e rassicurarlo e vorrei scuoterlo (un po' meno) forte e spronarlo.
Trovare l'equilibrio tra il non rafforzare le spinte rinunciatarie mentre non si contribuisce a costruire una personalità schiacciata da mete inarrivabili, non è banale.
Potrebbe essere discalculico, non è cosa che si possa escludere, ci sono forme così lievi che diagnosticarle è difficile
Tolto questo però, il suo anno è stato glorioso: ha giocato, ha riso, ha aggiunto amici alla sua copiosa lista, ha lavorato tanto e bene, con agio e soddisfazione, ha nuotato, scivolando sull'acqua con quelle sue meravigliose mele piene e qualche riccio pazzo sempre fuori dalla cuffia.
Ha sofferto per un amico che si è divertito troppo spesso a provocarlo per poi lamentarsi se incontrava una reazione.
Ha pianto, tutte le volte in cui questo piccolo torturatore lo ha minacciato con la più vile delle minacce, quella che gioca con i sentimenti altrui.
E poi ne è uscito con una maturità, magari non proprio ortodossa, che mi ha reso orgogliosa.
Gli ha tirato un bello spintone davanti a tutti, genitori compresi, e mentre gli dava la mano per farlo rialzare, ha dichiarato a voce alta che se uno provoca in continuazione, il minimo che si può aspettare è che l'altro prima o poi reagisca, non dare noia è la prima regola se non vuoi che te ne diano.
Quanto all'amicizia, pare che uno che smette di essere amico, non sia mai stato amico.
Almeno a 9 anni.   
Ha portato avanti tutto da solo la costruzione di un Voltron di lego la cui scatola da sola mi mette soggezione
E' felice
Stamattina, mentre li lasciavo entrambi in piazza, guardandoli avviare verso l'ingresso del centro estivo che si sono scelti, magliette rosse tra cento altre magliette rosse, sorrisi d'ordinanza e animo leggero, ero felice anche io
Potevo quasi sentire, ancora, come è avere davanti una lunga, lunghissima estate da riempire

mercoledì 29 maggio 2019

Wannabe David

Lui è bello
Ha un volto classico: zigomi alti, bocca morbida, bei denti, naso dritto con narici che, forse, a volere essere proprio cattivi, si potrebbero giudicare un po' troppo larghe.
I capelli sono ricci, di un bel biondo caldo che vira al grigio, volutamente scomposti, gli occhioni, blu.
Ha un bel fisico, slanciato ed atletico, ma non troppo, niente di ossessivo; il suo è uno di quei corpi in cui l'attività conta, ma la genetica di più.
Il fatto che abbia da tempo superato i fulgori della gioventù, aggiunge, non toglie.
Anche i modi sono accattivanti, seducenti, ma senza apparente malizia.
Sorride volentieri, è cortese ed affabile, si muove con la tranquilla sicurezza di chi sa che si presenta bene in ogni situazione.
Sa, per esperienza ed istinto, che per lui la prima impressione è un bonus di 100 punti e tante grazie a chi dice che l'apparenza non conta.
Piace, si piace e gli piace.
Lui è un collega con cui ti stai scontrando spesso ultimamente, chè avete un filone di cause intrecciate in comune.
Lui rischia grosso, perchè se non la smette di inventarsi sotterfugi e, beccato, di sgranare gli occhioni come nemmeno  Dolly Parton con la congiuntivite,  potresti finire per schiacciargli il capo solo per vedere cosa ne esce.
Robaccia, comunque

martedì 28 maggio 2019

Amiche

Ho delle amiche
Non tantissime, ma abbastanza.
Alcune vengono da tempi lontani, sono quelle dei pomeriggi in giro da sole, su e già per i campi, dopo i compiti delle elementari, alla ricerca di giunchiglie e tulipani; quelle delle lezioni di danza classica, degli interminabili allenamenti in piscina e delle merende a pane e Goldrake
Altre, sono arrivate con i libri di filosofia e di astronomia, mescolate alla tabella degli elementi ed alle declinazioni di latino, con i brufoli ed i Duran Duran
Qualcuna mi aspettava ai tavoli delle sale di lettura, pronta ad uno scambio di ruoli tra quella china e arruffata su testi di esame e quella rilassata e un po' svogliata in attesa della sessione successiva
Altre, infine, le ho trovate molto dopo, col lavoro, o la maternità, chiacchierando di niente in piazza o di cose importanti in posti seri e un po' paludati.
Non tutte sono rimaste, ma non per questo sono meno amiche.
Quasi nessuna è una presenza quotidiana.
Inciamparsi addosso non è facile
E io non sono il tipo di persona che chiama o manda messaggi whattsapp solo per chiedere come va o fare osservazioni sul tempo.
Pessima, sono pessima
Sono molto alte (maledette) o bassine, molto magre (sempre maledette), normopeso o anche, ben indirizzate sulla via dell'obesità.
Alcune si tingono i capelli da sempre chè erano bionde dentro e i cromosomi si sono sbagliati; altre solo per ritorsione, offese dalle scelte di chiome che hanno deciso di cambiare senza nemmeno chiedere permesso, altre ancora vanno orgogliosamente nature.
Una si è fatta delle incredibili ciocche azzurre ed è diventata la mia personale fata Turchina
Hanno fatto studi molto diversi, alcune pochi, altre anche troppi e scelte diverse.
Hanno vite diverse. Alcune frenetiche altre rilassate, alcune in funzione di una scelta familiare decisamente tradizionale sebbene a volte, apparentemente alternativa, altre concentrate soltanto sulle loro personali mete, altre infine, perennemente in bilico, sempre alla ricerca di un punto di equilibrio.
Non si somigliano molto le mie amiche e neanche mi somigliano
E non posso nemmeno dire che l'elemento sempre costante in tutta questa diversità sia la mancanza di giudizio che ci riserviamo a vicenda, perchè in realtà ci giudichiamo eccome, con affetto, con attenzione, con dolcezza, ma anche con sincerità.
Non siamo conoscenti occasionali cui è richiesto un sorriso ed un commento benevolo di quelli che ogni persona educata tiene sempre in tasca
La loro opinione conta
Eppure, nonostante questo, o forse proprio per questo, siamo amiche.
Lo siamo perchè so, come sanno loro, che siamo viste esattamente come siamo, invecchiate, limitate, imperfette, un po' cattive e un po' ipocrite, ancora e sempre ingenue eppure a tratti ciniche, non di rado coglione, un filino stronze, non sempre oneste, sincere o brillanti, a volte superficiali e occasionalmente insensibili.
E' rilassante, è rassicurante.
Di più, è forse la vera essenza dell'amicizia.
Sapere che c'è qualcuno al mondo che mi guarda e mi vede carente, come del resto sono, non finge che la realtà sia diversa da quella che è e non teme di mettermela davanti agli occhi.
Ma in tutto ciò mi accetta e mi accoglie comunque


venerdì 3 maggio 2019

La comune

La comune è un'istituzione di primavera.
La nostra piccola Woodstock.
Come Woostock dura tre giorni o poco più.
Come Woostock ha un'indole anarchica, peace and love e insonne.
Come Woodstock ha una sua colonna sonora, onnipresente e un po' invasiva
E come Woodstock è un po' promiscua, a tratti intellettualoide e molto sciamannata
Al contrario di Woodstock però non girano droghe (anche se a volte servirebbero) ed il sesso, ammesso che ci sia, è poco e rigorosamente monogamo (ognuno col suo ed a porte chiuse)
In compenso si sprecano le partite a calcio balilla e ping pong (maschi contro femmine, babbi contro figli, mamme contro tutti), nutella e miele scorrono a fiumi, ed eterne sono le tenzoni intergenerazionali sui meriti ed i demeriti della "vera" musica.
Quest'anno il programma, osservato in modo implacabile, prevedeva Ravenna, Ferrara e Faenza ed è stato ammorbidito solo da un salto alle vicine terme
I ragazzi. 6, ne sono usciti maledicendo la memoria del povero Ario e di tutto il concilio di Nicea, ma sono ragionevolmente sicura che non si dimenticheranno tanto facilmente nè della dottrina della consustanzialità, nè dei simboli con cui le opposte posizioni teologiche si esprimono nei mosaici ravennati
Cresceranno iconoclasti
Ma non ignoranti
In compenso, noi fingeremo nei secoli di disperarci per le chiacchiere e la musica che andavano avanti fino alle ore piccole, filtrando sotto la porta della loro camerata, lungo il corridoio, fino ai divani dove noi facevamo altrettanto
S. si chiede se resterà loro qualcosa di tutte queste storie che un po' scoglionatamente raccontiamo loro mentre ce li portiamo appresso.
Io penso di si.
Ricordi

giovedì 18 aprile 2019

Apparire rude

Interno sera.
Una serie di poltroncine sono arrangiate al centro di una sala ed ospitano un bel gruppetto di persone.
Da un lato, un grande pannello riproduce il manifesto di un evento culturale e fa da sfondo alla sua presentazione ed ai rituali ringraziamenti
Dai tagli del controsoffitto scende un'illuminazione attentamente angolata, evidenzia la collezione di litografie alle pareti ed invita alla distrazione.
Totila siede accanto a me, le scarpe rosse ed i ricci pazzi.
E' eccitato, così eccitato che posso sentire la sua energia anche se non ci sforiamo.
Prima che ci sedessimo mi ha chiesto, in un sussurro, se questo posto è come il MoMa, chè ha visto roba tipo quella.
Ho confermato che è una galleria di arte moderna.
La notizia deve avergli fatto un certo effetto visto che, da allora, si è messo composto e immobile.
Dopo l'ultimo, educato applauso, ci invitano a passare in un altra sala per un piccolo aperitivo prima della proiezione.
Siamo qui per quello, per far vedere agli unni un bellissimo documentario della zia: Womanity e per riabbracciarla stretta
Intanto però ci aspetta il bonus.
Totila è di gran lunga il più piccolo.
Fuori posto.
Circondato da adulti che si muovono in un contesto da adulti, fanno discorsi da adulti e lo guardano con lo stesso stupore sorridente che gli riserverebbero se fosse un barboncino in una borsetta.
Attila, come spesso accade di questi tempi, è imbarazzato, secondo lui dovevamo lasciare suo fratello a casa o al limite, se proprio dovevamo, portarlo soltanto al cinema dove andremo tra poco.
Forse teme il danno, ma non ce n'è ragione.
Totila ci sembra nato dentro, gira tra i tavoli, porge il suo piatto e si lascia servire, ringrazia, sorride, si scusa con un paio di fameliche signore per essersi trattenuto troppo davanti al buffet. 
Lo lascio fare, controllo discretamente da distanza di sicurezza e mi avvicino solo quando lo vedo in difficoltà.
Come ora.
Ha trovato un punto di appoggio, lo sguardo passa dalle pizzette nel piatto alla forchetta stretta in mano, tituba.
Mi avvicino
Mi vede e in un sussurro mi chiede se può usare le mani.
Certo, rispondo, le pizzette si mangiano con le mani
Sospira di sollievo
"Non volevo apparire rude"