venerdì 28 ottobre 2016

Vaccini e scoperte

Siamo in macchina, Totila ed io, sono andata prenderlo all'uscita di scuola e lo porto dalla dottoressa per fare i richiami dei vaccini.
So che lo aspettano almeno tre punture, ma lui non è consapevole del numero.
Forse anche per questo è arrabbiato e spaventato.
Diciamolo, avere dei fratelli maggiori portati per il terrorismo psicologico è una vera jattura.
Lo tento promettendogli un buon gelato per merenda, siamo in anticipo, gli dico, ci fermiamo alla gelateria prima di andare e ci facciamo mettere anche la panna montata se vuoi.
Mamma inqualificabile.
Lui però tace; tace e continua a tacere per una decina di minuti buoni.
Tiene lo sguardo ostinatamente fisso fuori dal finestrino e non molla il broncio.
Poi all'improvviso attacca con tutto lo sdegno che riesce ad esprimere:
"ho finalmente capito chi è quello davvero cattivo nella nostra famiglia. E sei te"
Non devo ridere, non devo.

mercoledì 19 ottobre 2016

Io sono una Medici, mica quelli lì

Ciao,
Sono Anna Maria Luisa/Luigia/Lodovica... va be' facciamo Anna Maria e non se ne parli più.
In casa mia hanno fatto un po' di casino con me.
Il nome è il meno.
La mia mamma era così contenta che arrivassi che quando ha scoperto di essere incinta si è scapicollata una giornata intera a cavallo per vedere se le riusciva di abortire.
Ma io non sono una principessa francese tutta nei posticci e bon bon come lei, ho preso dai miei vecchi, quelli di via Larga, un po' d'aria fresca mi ha fatto solo bene.
Infatti sono nata.
E mi piace un sacco andare a cavallo.
Quando avevo un po' meno di nove anni, il babbo e la mamma si sono separati.
Lei ha rinunciato a tre o quattro cose (privilegi da Orleans, titoli, roba), ha detto che tornava a casa sua e si chiudeva in convento (siii, a voglia, proprio lei che non se ne faceva scappare mezzo) e non l'abbiamo più vista.
Per fortuna c'erano il babbo e la nonna (che in ritratto viene malissimo, ma mi voleva tanto bene).
Siccome non ero tanto svenevole e vezzosa, quando ero giovane, dicevano che ero fredda e scostante. Però insomma, mettetemi nei miei panni, i miei 'un si potevano vedere nemmeno dipinti, la mi' nonna 'un faceva che dirmi che avevo dei doveri come principessa di rango e che per carità imparassi a tenermi e non fare la scema come quella tr...ia di mi' ma' e in più ero bellina si, ma come un corazziere.
Tra me e la tenera fanciullina di moda a mi' tempi, ci correva come tra il vestito che la trisavola Contessina c'aveva davvero quando ha sposato il trisavolo Cosimo e quello che le hanno messo ieri in televisione.
Poraccia, c'è tutta la famiglia che la sfotte.
Bianco, dico io, tutto bianco senza nemmeno un ramagio, un'ombra di broccato, due ricami e per di più, giusto appena una catenina d'oro fine al collo.
Sono di nuovo tutti a rinfacciarle che se non s'aveva bisogno di un titolo col cavolo che diventava una Medici lei, chè i Bardi non c'avevano più nemmeno gli occhi per piangere e del su' costo, mezzo s'è ripreso con gli interessi.
Capirai, quella strega di Clarice non fa che vantarsi del suo matrimonio, dell'appannaggio, delle feste e dei tornei...ma del cesto di corna che il bis bis nonno Lorenzo le ha fatto con la Donati non dice mica nulla sai?
Com'era "quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia..."? Si, ciao core.
Divago.
Insomma, io sono l'ultima.
Per carità ho avuto dei fratelli, ma ve li raccomando.
Fra tutti non sono stati capaci di fare nemmeno un erede.
Nemmeno bastardo.
Altri tempi quelli in cui s'era tutti coniglioli
Si, è vero, non ho avuto bambini nemmeno io, ma io sono femmina e gli eredi avrei dovuti farli al mi' marito.
Invece.
Anche quella del marito, è stata una storia abbastanza speciosa.
Prima il delfino di Francia, ma mamma non ha voluto, dice che due Medici regine di Francia erano abbastanza e lei d'intorno non mi voleva.
Poi l'erede al trono del Portogallo, ma lui era un fantolino e con la reputazione della mi' mamma i consiglieri della corona hanno avuto paura che me lo rigirassi intorno al mignolo.
Poi il cognato del re di Inghilterra.
E nel mezzo un monte di gente che non era alla mia altezza.
Alla fine mi hanno trovato questo Giovanni Carlo Guglielmo, Elettore Palatino.
Era vedovo, ma m'andava bene e s'è firmato il contratto
A lui, di me, è piaciuto un ritratto un po' farlocco e le descrizioni pettegole di chi mi aveva visto.
A me di lui, proprio non saprei, magari il fatto che m'ha fatto una sorpresa e m'è venuto incontro fino a Innsbruck  per portarmi a casa sua a Dusseldorf.
Ci siamo voluti bene, anche se pare strano, con tutta la manfrina sulla ragione di Stato e il resto.
Quindi fatemelo dire, i' mi' Guli non è morto di sifilide e non me l'ha attaccata.
Siete una manica di maldicenti
Io sono morta per un cancro al seno. Alla fine c'avevo una palla che m'opprimeva tanto che un' potevo respirare.
Dice che ora potete fare prevenzione.
Ecco 'un fate le bischere e fatevi vedere.
Comunque
Quando Guli è morto sono tornata in giù, mi mancava il panpepato.
Ora, io sono bona e cara, ma su una cosa non transigo: la roba mia, è mia.
Me la sono ripresa anche da Dusseldorf  e sì che io lì ci sono stata bene e c'ho tanti bei ricordi.
Sicchè quando hanno cominciato a cianciare che non potevo ereditare i' titolo da i' mi fratello per via che sono femmina e si sono messi a leticare su chi doveva avere i' mio come se si fosse tutti di già sotto i marmi alle Medicee, non lo mica presa tanto bene.
Ho provato in tutti i modi a tenere stretta questa città e questo staterello, ma quando ho capito che non c'era verso, ho realizzato anche un'altra cosa: regnassi io o no, con il potere e con Firenze, noi s'era chiuso.
Ma i' mio no, i' mio a quelli che calavano per prendersi il Granducato, non glielo volevo lasciare.
Non avevano avuto nemmeno la grazia di venire, m'avevano mandato quel Craon lì a fare la manfrina di offrirmi la reggenza e poi m'era rimasto d'intorno a gozzovigliarmi per mezza casa.
E sicchè gliel'ho detto a tutti, imperatori, re e compagnia cantante che non pensassero di farci fare la fine di Parma, di Mantova o di Ferrara: i' Davide nel giardino di casa di uno a caso, ni' ghiaccio che c'è lassù, non ce lo dovevano potere portare.
Icchè l'è mio, l'è mio fin che campo, e anche dopo bisogna sia fatto come pare a me.
Gli sarà rimorso la coscienza, perchè ci siamo messi d'accordo e s'è firmato un foglio che stabilisce che i Lorena diventeranno anche Granduchi, ma non potranno "levare fuori della Capitale e dello Stato del Granducato... Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioje ed altre cose preziose... della successione del Serenissimo GranDuca (i mi' fratello)", perchè tutta questa bella robina deve restare "per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri"
Tiè
Per pigliarmi un po' per i fondelli l'hanno voluto chiamare "patto di famiglia", gli par d'esser spiritosi, ma lo sanno anche loro che gliel'ho messo sotto la coda.
Le mie gioie personali (non per vantarmi, ma c'ho dei gingillini bellini di nulla) le ho lasciate a Francesco, perchè non pensi che tra noi è un affare personale, lo so che è uno sveglio.
Date retta a me, lo faranno imperatore quello.
Le terre le lascio al Rinucci ch'è tanto un buon figliolo.
Mi rode per le vesti di Stato, figurati se un ce le smontano per staccare perle e pietre.
Vorrà dire che per la galleria del costume v'arrangiate eh!?
Un' posso mica fa' tutto io.





martedì 18 ottobre 2016

Scuole, scelte, futuro - Attenzione! Alto contenuto di retorica

Tra poco più di due mesi dovremmo iscrivere Attila alle medie.
Pare poco, ma per noi non lo è.
Non lo è perchè non ho intenzione di iscriverlo "in continuità" nello stesso istituto dove sta facendo le elementari senza prima essermi guardata in giro.
Non ho molto di cui lamentarmi su questa scuola (sono anche in consiglio di istituto), ma non prendo niente a occhi chiusi.
Quello che non mi piace è l'atteggiamento di alcuni genitori (non sono originale, lo so) ed il fatto che, se l'amministrazione comunale non dovesse fare ciò che dice, il numero delle classi prime sarebbe troppo esiguo per garantirmi quel grande cambiamento di compagni che, invece, secondo me, è importante per segnare il passaggio tra i gradi scolastici.
Attila ha bisogno di spazio, della mischia e di essere strano tra strani.
A me piace essere "non organica", ma non sono sicura che lui sia fatto della mia pasta e non vorrei fare proiezioni dannose.
Un ambiente molto protetto va bene fin quando si è piccoli, ma sono per la gradualità, non credo sia una buona idea lanciarlo nel mondo alle superiori senza che prima si sia fatto un po' di ossa.
Quindi lo trascinerò in giro per un po' di open day
La scelta finale però sarà sua.
Se so una cosa, è che ognuno deve decidere della sua vita.
Prima è, meglio è.
Naturalmente, sono una mamma italica, più passa il tempo e più ne sono consapevole.
Mi preoccupo
Solo che devo essere italica nel senso un po' fané del termine.
Come era mia mamma, come mia nonna.
Non voglio una scuola facile per i miei figli e nemmeno una scuola pensata per divertirli.
Ora, l'anno prossimo e negli anni a seguire, voglio una scuola che li sfidi, che li spinga (e nel caso, li tiri), che li appassioni, che li faccia sentire ignoranti come i ciuchi che sono mentre mostra loro la strada per evolversi.
Una scuola che, poi (se se lo meritano), dia loro la consapevolezza di essere menti sufficientemente brillanti e spiriti sufficientemente costanti per arrivare in cima al monte e per accorgersi che la prospettiva più sali, più cambia.
Non mi interessa che li prepari per prima cosa ad un lavoro: quando ho scelto la mia strada, molti dei miei amici si iscrissero a ragioneria perchè, di certo, facendo "programmazione", avrebbero trovato subito un buon impiego.
Quando finirono, cinque anni dopo, il loro diploma valeva più o meno come il mio.
Certo non c'era crisi, quelli che smisero dopo la maturità, a vent'anni lavoravano tutti, molti sono ancora lì.
Ora, immagino, non lavorerebbero nè gli uni, nè gli altri.
Quindi...meglio, molto meglio, un corso di studi che insegni loro ad imparare, che dia un metodo, una forma mentis, che apra quel cervellino e sconvolga le due o tre sinapsi che ci trova, innescando quanti più collegamenti nervosi possibili, educandoli a ragionamenti complessi anche se inutili nell'immediato, tipo tradurre da una lingua morta, studiare funzioni e/o elucubrazioni mentali altrui, ricordarsi la battaglia di Zama ed il simbolismo nel monumento funebre a Maria Cristina d'Austria, sapere tirare fuori, anche dopo anni, dal bicarbonato (di sodio) e dall'acido cloridrico, il sale da cucina (cloruro di sodio) o che so io.
Il mondo, questo mondo, è troppo veloce perchè si possa pensare di dare, ad un ragazzino, più che delle basi.
Ecco io le voglio solide.
Studino quello che pare loro.
Ma ci sudino sopra, si disperino, si incazzino, si organizzino, si facciano un gruppo di amici con cui infamare, sottovoce e solo a voce, gli insegnanti, imparino a riconoscere quelli di valore dagli incapaci, ignoranti, saccenti, che troveranno (ne troveranno), sappiano rispettare i primi ed anche i secondi, perchè si impara da tutti se si è abbastanza intelligenti.
Copino e, soprattutto, facciano copiare (qui lo dico e qui lo nego)
Facciano forca (temendomi)
Si sentano una merdaccia che non ci arriverà mai e poi una divinità che può inventare la qualunque.
Imparino a riconoscere ciò che sono da ciò che fanno.
Sbattano contro i loro limiti, perchè non è vero proprio per nulla che si può essere e fare qualsiasi cosa in modo eccelso, basta volere (ma a loro dico il contrario)
Non trovino mai la pappa scodellata, la mano tesa prima ancora che la richiesta sia formulata.
Se mai dovessero pretenderla, incontrino uno Steve Jobs che levi loro la pelle come fece lui a una studentessa che, in pratica, pretendeva le facesse la tesina di fine corso.
Scoprano qual è l'unica domanda che serve nella vita: perchè?
Chè le risposte le possono imparare tutti, capire perchè quelle sono le risposte è un altro paio di maniche
Comprendano, con comodo nei decenni a seguire, che non è un impiego il fine dell'istruzione, è la persona.
E se mai, come va di moda da queste parti, decideranno di chiamare un figlio Teseo o Ettore, almeno sappiano che carico gli mettono sulle spalle.
Se no meglio Marco
O Shatush

martedì 11 ottobre 2016

Sette contro uno

6.10.16 - 10,45, Udienza ammissione prove - Tribunale Firenze, sezione specializzata industriale - dott. S (praticamente Paolo Poli) - Tizia Spa contro Resto del mondo.
Di questi tempi ho solo udienze che mi preoccupano, sarà che le cause "facili" sono sempre meno, sarà che ho definitivamente perso quella leggerezza che, invece, è a volte così utile in questo mestiere.
La complicata leggerezza di tenere tutto a livello di gioco intellettuale, vincere o perdere come espressione della capacità di maneggiare bene gli argomenti ricavati dai fatti avuti in dote dal cliente, senza che le esigenze della vita diventino preponderanti, lasciando che restino sullo sfondo.
Sarà l'età o forse è la crisi. Probabilmente entrambe.
Comunque.
Fuori dalla porta siamo in 6, tutte donne.
C'è una collega giovane, catapultata da Roma e arrivata sudata, perchè ingannata dal falso presupposto che "se sali, trovi freddo". Manco passasse dall'equatore al polo nord
C'è la collega arcigna, nel giorno dei suoi personali saturnali e quindi, proprio perchè incomprensibilmente sorridente, peggio del solito.
C'è quella a cui hanno tirato il pacco, ieri sera, magari sul tardi, chiedendole di fare l'udienza di oggi che, tanto, si tratta solo di vedere che decide il giudice sulle istanze di ammissione prove. Già. Peccato che quando ha chiesto di vedere il fascicolo le sia arrivato sul tavolo l'equivalente di un maremmano in grave sovrappeso. Fortuna per lei che è una di spirito.
C'è la signora, e devo resistere dalla voglia di chiederle se e dove fanno corsi di aggiornamento per diventare come lei. Se poi, al posto delle penne della Giuffrè, come gadget, smollassero tre fili di perle come i suoi...
C'è la dottoressa di studio che si è portata gli atti a casa, li ha evidentemente letti e, ora mi guarda come se io, sulla questione, avessi tutte le risposte e lei solo infondate paure.
Eh cara mia, l'esperienza accresce l'incertezza, non la elimina.
E poi ci sono io che, a questo punto, sono nella fase: "fatto ciò che devo, accada ciò che può".
Si affaccia il giudice. E' impeccabile come sempre: abito grigio, camicia bianca, cravatta blu, solo il vezzoso fazzoletto nel taschino ed il fatto che, davvero, è identico a Paolo Poli, tradiscono le sue preferenze.
Irrilevanti, al momento.
Mentre spieghiamo che aspettiamo qualcuno per l'attore, eccolo che arriva.
Un uomo
Intendo, uno che sembra un uomo vero.
Che si può persino guardare
Che ha quell'aria di sicurezza che confina dal lato giusto (ammesso ci sia) con l'arroganza ma ne sta fuori
Che ci vede e sorride, chissà se ha capito
Sorrido anche io.
Ci si potrebbe perfino divertire

lunedì 3 ottobre 2016

la stagione delle corna

Sono la nipote di un nonno che non se ne faceva scappare una e se mio padre è l'uomo che è, molto è per mio nonno.
Nella vita, come non è neanche difficile imparare, si impara in molti modi.
Anche a contrariis.
Sono anche una donna matura; della ragazzina che non ammetteva neanche al possibilità di lasciare vivo uno reo di tradimento, è rimasto l'impulso, ma sono cresciuta ed ho imparato molto sulle mille e mille sfumature della vita.
Si torna sempre alla questione del torto e della ragione; si torna ai rapporti umani che sono sempre più complessi di quello che ci piace pensare da fuori, al peso che assume la realtà dei fatti, all'importanza che deve essere riconosciuta anche ad altre persone, innocenti, su cui gli effetti di una crisi peseranno moltissimo.
La rabbia. Il dolore. Il disincanto.
Il bisogno di giustificare anche col groppo alla gola.
La necessità di dare addosso alla troia, per minimizzare il ruolo del traditore e non ammettere fino in fondo a chi ci siamo affidati.
Su tutto, terribile, la fiducia tradita
Io capisco.
E sto anche zitta.
Sono dieci mesi che sto zitta.
Annuisco, abbraccio, ascolto, ascolto tanto.
Non mi permetto.
Ma non ci credo
E quello che conta, non ci crede nemmeno lei, la cornuta.
Non può crederci, non può convincersi, non può, perchè lei non sa ragionare così.
Non sa
Potrebbe superare, forse, se accettasse, se volesse, se fossero in grado di buttare nuove basi, se fossero onesti l'uno con l'altra, se non cercasse di convincersi di avere accanto una persona diversa da quella che ha.
Invece più il tempo passa più lo sforzo la rende furiosa, cattiva.
La piega
Non è questione di mandarlo al macero, è questione di volersi bene.
Solo questo non ho potuto non dire questa mattina davanti ad un caffè: io pretendo un'amica felice, perchè so che la mia amica sa essere felice.
Basta con i "doveri", occorre guardarsi dentro e riconoscere che prima di tutto, è alla propria pancia che si deve rispetto.
Pena diventare davvero la donna terribile che si teme di diventare