Ho scoperto il coder dojo anni fa leggendo un post su un blog di una mamma con tre figlie femmine e un bel cervello.
L'idea mi è piaciuta un sacco ed ancora di più mi è piaciuto che i rudimenti della programmazione (coding) si sperimentassero in un dojo tra ninja.
Un nome così se lo assegnano solo dei pazzi megalomani o persone che non si prendono sul serio.
La fondazione internazionale opera in un centinaio e passa di paesi (138 se non mi sbaglio) ed ha una quarantina di club in tutta Italia
Sono club presi d'assalto e, almeno a Firenze, trovare posto per una delle iniziative periodiche è estremamente difficile perchè le richieste sono molte ed i posti limitati
Non sono pochi i ragazzini cui piace l'idea di programmare il loro personalissimo giochino e poi, magari, creare un'app o una pagina html.
Soprattutto non sono pochi quelli cui piace confrontarsi col peer to peer, ragionando tra pari o con l'aiuto di persone poco più grandi, insomma utilizzando il famoso imparar facendo.
Sono belline quelle sale piene di tante testoline affacciate su altrettanti schermi.
Lo so che per qualcuno questa mia frase è poco meno di una bestemmia: tutti affranti dalla tecnologia, tutti convinti che i ragazzini debbano essere tenuti lontani dallo strumento il più a lungo possibile per crescere "sani e felici".
Io invece penso che prima imparano ad usarla, prima divengono consapevoli e soprattutto se e quando ne divengono utilizzatori attivi, capaci di guardarci dentro, di chiedersi e (magari) rispondersi perchè di certi fenomeni, meccanismi, processi, meglio è, per loro e per tutti.
Ho ancora l'idea romantica per cui sapere è potere.
E stare lontano da uno strumento indispensabile significa prepararsi a capire molto poco del mondo che ci circonda.
E lo dico con certezza, guido da quasi trent'anni e non saprei trovare un carburatore neppure ne andasse della mia vita.
In più, l'età, la crisi, le gravidanze, qualche turba ereditaria o originaria, mi hanno convinto che le lamentazioni sono noiosissime, le recriminazioni sterili e stare con le mani in mano è deleterio.
Mi avvicino, lentamente e facendo il massimo della resistenza, ai 50 ed ho deciso che è tempo di fare, di rendere dove ho avuto, di dare ciò che ho.
Quindi, il paesello ha il suo gruppo coder dojo fattoincasa.
Si riunisce alla casa del popolo (che è del popolo e quindi è il posto suo), perchè il presidente è un amico di infanzia del sant'uomo ed ha fatto l'errore di dire che è tutta cablata, con la fibra, il wi fi, il gir' a reggere e quello a levare.
Champion (responsabile) è il babbo di una mia amica, ingegnere ottantenne dal piglio energico e l'aria sorniona del nonno di tutti.
A dare una mano come mentor, ci sono un po' di babbi e mamme con competenze specifiche, due ventenni (nipoti di non so chi) che hanno una startup tecnologica e si sono presentati spontaneamente attratti dall'idea e, soprattutto, uno stuolo di ragazzi e ragazze di un istituto tecnico col loro professore di informatica; assolvono così ad una parte dei loro obblighi di alternanza scuola - lavoro (e si divertono).
Un amico di amici, che lavora nel settore, ha donato una quindicina di computer in via di dismissione.
E così, in ossequio al posto che ci ospita ed alle nostre idee, possiamo includere anche i ragazzi che non possiedono un portatile, chè il coder dojo fichetto per fichetti, ci stava un po' stretto.
Io porto la merenda e giro sorridendo e chiacchierando come Ambra a non-è-la-rai, mentre il sant'uomo, cui va tutto il merito della riuscita, mi detta le battute tramite auricolare.
Al primo incontro, di prova, c'erano 26 ragazzini, tutti avvertiti solo col passaparola e tutti, più o meno, figli di amici o amici di amici.
Sabato facciamo il secondo e poi da gennaio si va a regime con l'obbligo di prenotarsi 5 giorni prima on line e le magliette col logo per lo staff.
Sarò davvero felice quando avremo tante femmine quanti maschi.
Erano tante, ma non abbastanza
lunedì 11 dicembre 2017
giovedì 30 novembre 2017
Milano, ieri
Milano ha un suo fascino.
Non è un a cosa evidente, squadernata, te lo devi andare a cercare
Per dire, ti piace la stazione, quelle enormi volte di ferro vagamente liberty, ma trovi pesante e troppo magniloquente la facciata, con tutti quei marmi e quei frontoni; fascista, non razionalista, non omaggio alla retorica sabauda del Vittoriano o della Cassazione.
Ti piacciono certi edifici modernissimi, quasi alieni per un Paese come il nostro, ma in generale trovi anonimi e un po' tristi tutti quei palazzoni del centro, parallelepipedi grigi, funzionali, nei quali intuisci ma non vedi, bellezze nascoste.
Adori i cortili. Li capisci. Anche i tuoi palazzi si aprono in spazi inimmaginabili dall'esterno
Raramente arrivare a Milano dopo una levataccia, ti fa sorridere.
Arrivare a Roma sempre.
E' un paragone logoro e stantìo, ma questo è
Il fatto è che da Milano ti aspetti efficienza, a Roma vai sempre un po' in gita, sperando in bene, pronta al nulla di fatto.
A Milano vai a lavorare e, poi, se ci scappa, a goderti la città.
A Roma vai per Roma, se riesci anche a portare a casa l'udienza, tanto meglio.
Ieri c'era nebbia. pesante densa, nebbia che bagna come pioggerellina; non ci sei abituata, a casa tua fa freddo, tira un vento che ti taglia in due, piove con una violenza che fa ballare i vetri, ma nebbia mai.
La nebbia la odi: per una che vive in un mondo fuori fuoco, rendere i confini delle cose ancora più incerti è la somma cattiveria.
Odi anche doverti portare dietro la toga, soprattutto in trasferta, soprattutto in inverno, ma hai imparato a tue spese che devi farlo perchè a Milano sono formali, anche nelle udienze civili, anche nelle stanze dei giudici.
Il palazzo di giustizia, in effetti, invoglia, le aule della corte d'appello sono solenni.
Il lavoro no, quello è sempre uguale.
Mancava il fascicolo di ufficio del primo grado.
Fosse stato il tuo, di parte, avrebbero dichiarato il ricorso inammissibile e ciao, vai ad attivare la polizza professionale vai, bellina.
Manca quello d'ufficio?
Rinvio a marzo.
Speriamo ci sia il sole
Non è un a cosa evidente, squadernata, te lo devi andare a cercare
Per dire, ti piace la stazione, quelle enormi volte di ferro vagamente liberty, ma trovi pesante e troppo magniloquente la facciata, con tutti quei marmi e quei frontoni; fascista, non razionalista, non omaggio alla retorica sabauda del Vittoriano o della Cassazione.
Ti piacciono certi edifici modernissimi, quasi alieni per un Paese come il nostro, ma in generale trovi anonimi e un po' tristi tutti quei palazzoni del centro, parallelepipedi grigi, funzionali, nei quali intuisci ma non vedi, bellezze nascoste.
Adori i cortili. Li capisci. Anche i tuoi palazzi si aprono in spazi inimmaginabili dall'esterno
Raramente arrivare a Milano dopo una levataccia, ti fa sorridere.
Arrivare a Roma sempre.
E' un paragone logoro e stantìo, ma questo è
Il fatto è che da Milano ti aspetti efficienza, a Roma vai sempre un po' in gita, sperando in bene, pronta al nulla di fatto.
A Milano vai a lavorare e, poi, se ci scappa, a goderti la città.
A Roma vai per Roma, se riesci anche a portare a casa l'udienza, tanto meglio.
Ieri c'era nebbia. pesante densa, nebbia che bagna come pioggerellina; non ci sei abituata, a casa tua fa freddo, tira un vento che ti taglia in due, piove con una violenza che fa ballare i vetri, ma nebbia mai.
La nebbia la odi: per una che vive in un mondo fuori fuoco, rendere i confini delle cose ancora più incerti è la somma cattiveria.
Odi anche doverti portare dietro la toga, soprattutto in trasferta, soprattutto in inverno, ma hai imparato a tue spese che devi farlo perchè a Milano sono formali, anche nelle udienze civili, anche nelle stanze dei giudici.
Il palazzo di giustizia, in effetti, invoglia, le aule della corte d'appello sono solenni.
Il lavoro no, quello è sempre uguale.
Mancava il fascicolo di ufficio del primo grado.
Fosse stato il tuo, di parte, avrebbero dichiarato il ricorso inammissibile e ciao, vai ad attivare la polizza professionale vai, bellina.
Manca quello d'ufficio?
Rinvio a marzo.
Speriamo ci sia il sole
lunedì 20 novembre 2017
Di palle in volo e perfezione
Tengo in equilibrio moltissime palle di questi tempi.
Alcune sono di vetro sottile, sfere lievi ed iridescenti come bolle di sapone.
Non posso farle cadere, si romperebbero, ma devo anche fare molta attenzione a maneggiarle: una pressione troppo forte nel lanciarle o nel riprenderle e si sbriciolerebbero nelle mie mani; distruggendole, mi ferirei.
Altre sono di piombo, piene, pesanti, non posso farle cadere senza rischiare una fitta nel pavimento ed anche lanciarle e riprenderle richiede un certo sforzo, fletto le gambe per dare slancio o attutire il colpo.
Altre ancora sono di gomma, se cadessero non succederebbe niente probabilmente, ma l'orgoglio è un grave difetto.
Mentre cerco di mantenere la concentrazione, parlo con un'amica.
Anche lei, come me, è nel ramo degli equilibrismi.
Anche lei, come me, a volte si fa domande oziose.
Mi chiede se, secondo me, abbiamo fatto bene a volere tutto.
Potevamo rinunciare al lavoro, o ai figli, o a stare con i nostri vecchi, o a qualcos'altro.
Rinunciare è parola che non mi piace e quindi le rispondo che non abbiamo sbagliato.
Sbagliamo solo a volerlo perfetto.
Mi guarda di sotto in su, oltre il bordo di una, per me disgustosa, tazza d'orzo, e mi rintuzza, lei non lo vuole perfetto, vuole solo il meglio che riesce a fare, ad ottenere.
Già.
Perfetto quindi.
lunedì 6 novembre 2017
Tecnologia applicata alle medie. L'età della pietra potrebbe essere finita, ma....
Attila è in prima media alla scuola del paesello.
Ci siamo arrivati dopo un esame razionale delle varie opzioni, offerte formative, POF (che non sono purtroppo poggiapiedi particolarmente gonfi), più o meno mirabolanti visite guidate e via discorrendo, applicando il criterio più importante di tutti: quello della comodità.
Si trova bene.
E io posso continuare a discutere in consiglio di istituto.
La sola cosa che mi aspettavo dal punto di vista dell'approccio al mondo moderno, era una quotidiana giratina nel "laboratorio di informatica", che so, due carezze alle stampanti 3D, l'impostazione di un nuovo comando alla versione didattica del noto giochino interattivo, un ciao ciao dai robottini o due note con la scheda audio.
La quantità di volumi impilati sulla sua scrivania, non deponeva a favore di altro che di un sano e sudato metodo tradizionale: studi sul libro, fai gli esercizi, scrivi ed esponi e ti riunisci con i compagni per le ricerche di gruppo (che farai col computer giacchè le enciclopedie non le tengono più nemmeno in biblioteca).
Invece....
Invece la scuola chiede che ogni ragazzo sia dotato di proprio indirizzo di posta elettronica in modo che lo scambio di materiale tra insegnanti e studenti possa avvenire con questa più semplice e veloce modalità, senza spreco di carta (della scuola) e con l'uso di file immagine e audio.
I professori di lingua hanno fatto scaricare su computer e smartphone una nota applicazione che promette risultati mirabolanti (nella versione con registrazione e verifica dell'insegnante) e approfittano della mania per lo spippolamento compulsivo per portare a casa una maggiore attività.
La prima ricerca di epica assegnata ad Attila doveva essere presentata in power point.
E qui casca l'asino.
Power point può andare bene per esporre due dati, un istogramma, un aerogramma roba così.
Nel mio mondo le slide si usano o per trascrivere una norma, un principio, o per illustrare un percorso concettuale, una mappa, un diagramma ad albero e ci si parla sopra.
Non si fanno decine di "pagine" fitte di contenuti in power point a meno che non si odi la platea.
Già.
Niente
La ricerca faceva schifo
Una noia mortale.
La consapevolezza che c'è differenza tra la presentazione di un lavoro ed il lavoro che si presenta, è lontana da venire
Ci siamo arrivati dopo un esame razionale delle varie opzioni, offerte formative, POF (che non sono purtroppo poggiapiedi particolarmente gonfi), più o meno mirabolanti visite guidate e via discorrendo, applicando il criterio più importante di tutti: quello della comodità.
Si trova bene.
E io posso continuare a discutere in consiglio di istituto.
La sola cosa che mi aspettavo dal punto di vista dell'approccio al mondo moderno, era una quotidiana giratina nel "laboratorio di informatica", che so, due carezze alle stampanti 3D, l'impostazione di un nuovo comando alla versione didattica del noto giochino interattivo, un ciao ciao dai robottini o due note con la scheda audio.
La quantità di volumi impilati sulla sua scrivania, non deponeva a favore di altro che di un sano e sudato metodo tradizionale: studi sul libro, fai gli esercizi, scrivi ed esponi e ti riunisci con i compagni per le ricerche di gruppo (che farai col computer giacchè le enciclopedie non le tengono più nemmeno in biblioteca).
Invece....
Invece la scuola chiede che ogni ragazzo sia dotato di proprio indirizzo di posta elettronica in modo che lo scambio di materiale tra insegnanti e studenti possa avvenire con questa più semplice e veloce modalità, senza spreco di carta (della scuola) e con l'uso di file immagine e audio.
I professori di lingua hanno fatto scaricare su computer e smartphone una nota applicazione che promette risultati mirabolanti (nella versione con registrazione e verifica dell'insegnante) e approfittano della mania per lo spippolamento compulsivo per portare a casa una maggiore attività.
La prima ricerca di epica assegnata ad Attila doveva essere presentata in power point.
E qui casca l'asino.
Power point può andare bene per esporre due dati, un istogramma, un aerogramma roba così.
Nel mio mondo le slide si usano o per trascrivere una norma, un principio, o per illustrare un percorso concettuale, una mappa, un diagramma ad albero e ci si parla sopra.
Non si fanno decine di "pagine" fitte di contenuti in power point a meno che non si odi la platea.
Già.
Niente
La ricerca faceva schifo
Una noia mortale.
La consapevolezza che c'è differenza tra la presentazione di un lavoro ed il lavoro che si presenta, è lontana da venire
venerdì 20 ottobre 2017
me too o non me too? E l'impossibilità di essere organica
Confesso che di tutta la faccenda del produttore molestatore/stupratore/porco mi ero bellamente disinteressata.
Interesse personale: 0 tendente all'infinito
La cosa mi era entrata da un orecchio ed uscita dall'altro senza incontrare nemmeno un neurone morto che intralciasse il suo tragitto.
Una sera, addirittura, un'amica molto attenta a queste tematiche ha chiesto, su facebook, ai suoi contatti donne, se avessero mai subito molestie e se avessero voglia di condividerle.
E io non ho capito nemmeno lì.
Però a me non è mai capitato e l'ho scritto.
Siccome sono sincera ho scritto di questi episodi qui (https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=8552048451400578795#editor/target=post;postID=1679704312792476375;onPublishedMenu=allposts;onClosedMenu=allposts;postNum=158;src=postname) precisando che, ovviamente conosco il sessismo, ma vivo in modo distinto il sessismo e le molestie sessuali.
Una valanga di gente mi ha chiesto come ho fatto.
Come ho fatto a non farmi mostrare piselli mosci in angoli bui, a non farmi strusciare addosso esseri bavosi, a non ricevere proposte irricevibili e a non farmi urlare sconcerie in mezzo alla strada?
Non ho fatto nulla
Ho vissuto la mia vita.
Però.
Mi sono trovata a pensare che forse non era vero.
Mi hanno spinto a pensare che forse non era vero, qualcuna lo ha proprio insinuato.
Voglio dire se tutta questa gente è stata oggetto di molestie.
Se tutte queste donne si sono sentite umiliate.
Se il messaggio è che tutte le donne, almeno qualche volta, sono state colpite da questo stigma.
Perchè questo è il messaggio che circola.
Allora io, che sono una donna, non posso esserne esente, forse, semplicemente, non me ne sono accorta perchè sono parte del problema.
Maschilista
Sono maschilista?
Peggio, una molestatrice chè io faccio complimenti e guardo sederi se ne vale la pena.
Io non mi sono mai sentita molestata, ma forse, qualcun'altra, in situazioni analoghe, lo sarebbe stata.
Tolti i casi evidenti, dove inizia la molestia?
Qual è il discrimine?
La percezione certo, ma basta?
E pensandoci bene, alla fine, anche per il produttore vale lo stesso.
Posto che lui è di certo il mostro che descrivono e le sue vittime sono tutte vittime perchè tutte persone in posizione di svantaggio.
In generale.
Dove inizia la molestia e dove la libera scelta di usare il sesso per altri scopi, quello che a me (che sarò bigotta) viene da riassumere col termine prostituzione?
Per come la vedo io, tutta questa faccenda, non ha, o non avrebbe dovuto, porre in evidenza un solo enorme problema; ridurlo a uno, in fondo, è quello che ha scatenato tutto lo sterco su Asia Argento e company, i problemi, se vogliamo davvero parlare di molestie, sessismo eccetera, sono due.
Uno è la questione maschile: il comportamento di chi abusa e deve essere punito, stigmatizzato, ostracizzato.
L'altro è quella di evitare di fare di tutta l'erba un fascio, di essere tutte vittime, anche quando non tutte lo siamo. Di perdere di vista i fatti. Perchè i fatti, come sa ogni buon avvocato contano e se ti ostini ad ignorarli, poi alla fine fai un disastro.
Quindi, il punto non è negare che ci siano persone che si prostituiscono (col corpo, con l'intelletto, maschi o femmine), ma capire caso per caso chi è vittima e di che cosa
Anche questo aspetto, infatti è o può essere, il precipitato di una cultura maschilista: l’uso del corpo (soprattutto femminile) come merce di scambio consapevole e volontario . Non vittima, forse complice. Di certo un uso scelto liberamente
Perchè se neghi questo aspetto non solo perdi un pezzo, ma ti trovi, per condurre battaglie sacrosante, a scrivere che chi ha subito la violenza cedendo alla coercizione psicologica è vittima (e dovrebbe essere ovvio) e quella che non lo ha fatto è stupida dal momento che così ha accettato, nonostante la laurea, di finire a fare fotocopie e rinunciato alla carriera.
E io ti chiedo (e mi chiedo) dove sarebbe la differenza tra il tuo modo di ragionare e quello di chi dà della troia a chi ha ceduto
Interesse personale: 0 tendente all'infinito
La cosa mi era entrata da un orecchio ed uscita dall'altro senza incontrare nemmeno un neurone morto che intralciasse il suo tragitto.
Una sera, addirittura, un'amica molto attenta a queste tematiche ha chiesto, su facebook, ai suoi contatti donne, se avessero mai subito molestie e se avessero voglia di condividerle.
E io non ho capito nemmeno lì.
Però a me non è mai capitato e l'ho scritto.
Siccome sono sincera ho scritto di questi episodi qui (https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=8552048451400578795#editor/target=post;postID=1679704312792476375;onPublishedMenu=allposts;onClosedMenu=allposts;postNum=158;src=postname) precisando che, ovviamente conosco il sessismo, ma vivo in modo distinto il sessismo e le molestie sessuali.
Una valanga di gente mi ha chiesto come ho fatto.
Come ho fatto a non farmi mostrare piselli mosci in angoli bui, a non farmi strusciare addosso esseri bavosi, a non ricevere proposte irricevibili e a non farmi urlare sconcerie in mezzo alla strada?
Non ho fatto nulla
Ho vissuto la mia vita.
Però.
Mi sono trovata a pensare che forse non era vero.
Mi hanno spinto a pensare che forse non era vero, qualcuna lo ha proprio insinuato.
Voglio dire se tutta questa gente è stata oggetto di molestie.
Se tutte queste donne si sono sentite umiliate.
Se il messaggio è che tutte le donne, almeno qualche volta, sono state colpite da questo stigma.
Perchè questo è il messaggio che circola.
Allora io, che sono una donna, non posso esserne esente, forse, semplicemente, non me ne sono accorta perchè sono parte del problema.
Maschilista
Sono maschilista?
O troia?
O una troia maschilista che non si sente insultata, come dovrebbe, se un collega fa un'osservazione sulla felice scelta di un abito o si accorge che, per strada, qualcuno le guarda il sedere.Peggio, una molestatrice chè io faccio complimenti e guardo sederi se ne vale la pena.
Io non mi sono mai sentita molestata, ma forse, qualcun'altra, in situazioni analoghe, lo sarebbe stata.
Tolti i casi evidenti, dove inizia la molestia?
Qual è il discrimine?
La percezione certo, ma basta?
E pensandoci bene, alla fine, anche per il produttore vale lo stesso.
Posto che lui è di certo il mostro che descrivono e le sue vittime sono tutte vittime perchè tutte persone in posizione di svantaggio.
In generale.
Dove inizia la molestia e dove la libera scelta di usare il sesso per altri scopi, quello che a me (che sarò bigotta) viene da riassumere col termine prostituzione?
Per come la vedo io, tutta questa faccenda, non ha, o non avrebbe dovuto, porre in evidenza un solo enorme problema; ridurlo a uno, in fondo, è quello che ha scatenato tutto lo sterco su Asia Argento e company, i problemi, se vogliamo davvero parlare di molestie, sessismo eccetera, sono due.
Uno è la questione maschile: il comportamento di chi abusa e deve essere punito, stigmatizzato, ostracizzato.
L'altro è quella di evitare di fare di tutta l'erba un fascio, di essere tutte vittime, anche quando non tutte lo siamo. Di perdere di vista i fatti. Perchè i fatti, come sa ogni buon avvocato contano e se ti ostini ad ignorarli, poi alla fine fai un disastro.
Quindi, il punto non è negare che ci siano persone che si prostituiscono (col corpo, con l'intelletto, maschi o femmine), ma capire caso per caso chi è vittima e di che cosa
Anche questo aspetto, infatti è o può essere, il precipitato di una cultura maschilista: l’uso del corpo (soprattutto femminile) come merce di scambio consapevole e volontario . Non vittima, forse complice. Di certo un uso scelto liberamente
Perchè se neghi questo aspetto non solo perdi un pezzo, ma ti trovi, per condurre battaglie sacrosante, a scrivere che chi ha subito la violenza cedendo alla coercizione psicologica è vittima (e dovrebbe essere ovvio) e quella che non lo ha fatto è stupida dal momento che così ha accettato, nonostante la laurea, di finire a fare fotocopie e rinunciato alla carriera.
E io ti chiedo (e mi chiedo) dove sarebbe la differenza tra il tuo modo di ragionare e quello di chi dà della troia a chi ha ceduto
lunedì 9 ottobre 2017
Varie
1.
A scuola di Attila fanno i test di ingresso.
Non ho idea di cosa siano in concreto e non me ne interesso.
Giovedì sera però compare in cucina mentre sbatacchio pentole: sono sveglia dalle 5 del mattino ed ho visto giornate migliori.
Ha un foglio in mano e l'espressione di uno che ha accettato una sfida, ma sente che sta per perderla.
Sul foglio, c'è un specie di rompicapo, fatto di griglie con qualche numero, qualcosa che ha a che fare con le tabelline e con la loro collocazione in quegli spazi. Prima che me ne accorga, siamo chini sul tavolo, testa contro testa, a cercare di scoprire se in quella riga c'è la tabellina del 27 e se quello spazio è dedicato al 27 per 13 o no. Le indicazioni diminuiscono via via che i quadri progrediscono e le difficoltà aumentano.
L'ultima non riusciamo a completarla, ci arrabbiamo e accapigliamo.
Alzo la testa e so che il mio babbo se la ride da qualche parte.
Ora lo so che non lo faceva solo per me.
E' davvero divertente.
2.
Siamo io, l'Ila e la Franc.
Mafalda, Candy Candy e tarantola.
Mangiamo pesce, anche se il pesce, a pranzo, a Firenze, è una roba che fa tanto "signore" e mi soddisfa poco.
Stiamo incredibilmente riuscendo a mantenere la promessa di vederci almeno una volta al mese, solo noi, col tempo per dirci le sciocchezze e non solo le cose importanti.
Mi sfottono: per i capelli ancora così lunghi (dietro liceo, davanti museo), per i tacchi ed i vestiti eleganti e perchè, ancora oggi, arrivando non resisto dal buttare l'occhio alla vetrina di quella gioielleria.
Non mi tiro indietro: una non è mai uscita dall'adolescenza, l'altra sembra ancora scappata di casa, ma con lo zaino della Mandarina ed il rolex della prima comunione.
Quando siamo insieme, non c'è nulla da fare, una parte di noi ha sempre 15 anni
Ed è quella più grande.
3.
Siamo in macchina Totila ed io, l'ho preso a karate e stiamo andando a recuperare Attila, che è stato spostato al gruppo superiore, nel paese vicino (sono fortunatissima lo so).
Come ogni sera passiamo davanti al muro del minuscolo cimitero di campagna dove è sepolto mio padre.
Non ci vado da tanto.
I vivi hanno esigenze più pressanti.
Per definizione.
Tutte le volte che passo da lì lo penso.
E' una cosa sciocca, ma è la stessa che mi è successa a lungo ogni volta che arrivavo al bivio per la casa di mia nonna.
Anche da lì passo ogni sera.
E' il pensiero di un attimo, ma mentre lo elaboro, Totila si intromette.
"Mamma" mi dice "lo sai che le nuvole hanno forme? Quello è un drago e quello un cammello!"
Prima che possa fare un'osservazione qualsiasi, riprende "secondo me è il nonno. Invece che col lego, gioca con le nuvole e ci costruisce le forme più incredibili. Può darsi no? gli piaceva tanto il lego"
Ed è dolce la consapevolezza che quando passiamo da lì, non sono la sola a dedicargli un pensiero.
A scuola di Attila fanno i test di ingresso.
Non ho idea di cosa siano in concreto e non me ne interesso.
Giovedì sera però compare in cucina mentre sbatacchio pentole: sono sveglia dalle 5 del mattino ed ho visto giornate migliori.
Ha un foglio in mano e l'espressione di uno che ha accettato una sfida, ma sente che sta per perderla.
Sul foglio, c'è un specie di rompicapo, fatto di griglie con qualche numero, qualcosa che ha a che fare con le tabelline e con la loro collocazione in quegli spazi. Prima che me ne accorga, siamo chini sul tavolo, testa contro testa, a cercare di scoprire se in quella riga c'è la tabellina del 27 e se quello spazio è dedicato al 27 per 13 o no. Le indicazioni diminuiscono via via che i quadri progrediscono e le difficoltà aumentano.
L'ultima non riusciamo a completarla, ci arrabbiamo e accapigliamo.
Alzo la testa e so che il mio babbo se la ride da qualche parte.
Ora lo so che non lo faceva solo per me.
E' davvero divertente.
2.
Siamo io, l'Ila e la Franc.
Mafalda, Candy Candy e tarantola.
Mangiamo pesce, anche se il pesce, a pranzo, a Firenze, è una roba che fa tanto "signore" e mi soddisfa poco.
Stiamo incredibilmente riuscendo a mantenere la promessa di vederci almeno una volta al mese, solo noi, col tempo per dirci le sciocchezze e non solo le cose importanti.
Mi sfottono: per i capelli ancora così lunghi (dietro liceo, davanti museo), per i tacchi ed i vestiti eleganti e perchè, ancora oggi, arrivando non resisto dal buttare l'occhio alla vetrina di quella gioielleria.
Non mi tiro indietro: una non è mai uscita dall'adolescenza, l'altra sembra ancora scappata di casa, ma con lo zaino della Mandarina ed il rolex della prima comunione.
Quando siamo insieme, non c'è nulla da fare, una parte di noi ha sempre 15 anni
Ed è quella più grande.
3.
Siamo in macchina Totila ed io, l'ho preso a karate e stiamo andando a recuperare Attila, che è stato spostato al gruppo superiore, nel paese vicino (sono fortunatissima lo so).
Come ogni sera passiamo davanti al muro del minuscolo cimitero di campagna dove è sepolto mio padre.
Non ci vado da tanto.
I vivi hanno esigenze più pressanti.
Per definizione.
Tutte le volte che passo da lì lo penso.
E' una cosa sciocca, ma è la stessa che mi è successa a lungo ogni volta che arrivavo al bivio per la casa di mia nonna.
Anche da lì passo ogni sera.
E' il pensiero di un attimo, ma mentre lo elaboro, Totila si intromette.
"Mamma" mi dice "lo sai che le nuvole hanno forme? Quello è un drago e quello un cammello!"
Prima che possa fare un'osservazione qualsiasi, riprende "secondo me è il nonno. Invece che col lego, gioca con le nuvole e ci costruisce le forme più incredibili. Può darsi no? gli piaceva tanto il lego"
Ed è dolce la consapevolezza che quando passiamo da lì, non sono la sola a dedicargli un pensiero.
lunedì 25 settembre 2017
Sesso e alcool nei rioni. La difficile transizione da ragazza a mamma di ragazzi
Non ho mai fatto vita da rione.
Non sono un tipo da feste paesane.
Il mio senso del ridicolo è molto sviluppato e, purtroppo per me, non si esercita solo sugli altri.
Anzi.
In più, non ditelo a nessuno, le sfilate di carri mi annoiano oltre misura.
Evitare certi ritrovi, però non mi ha impedito negli anni di assistere (e occasionalmente partecipare) a tutte quelle attività risibili, disgustose, stupide, pericolose, tipiche dell'adolescenza e della prima giovinezza.
Giusto due esempi
Sono andata in spiazzi di aperta campagna a fare testacoda con macchine nuove guidate da neopatentati convinti di essere novelli James Dean.
Siccome siamo sempre tornati tutti sani, quello che ricordo è che mi sono divertita come una matta.
Mi sono trovata, lontana da casa e con una profonda delusione da digerire, in un letto straniero con uno che (giustamente) si aspettava cose che però non avevo davvero intenzione di fare.
Siccome, era intelligente (lui), di tutta la faccenda mi è rimasto solo un bell'insegnamento.
Ho raccolto capelli in code che erano pugni, e retto teste, scosse da conati, ho scrutato incarnati verdognoli e pupille come capocchie di spilli. Il fatto che non mi sia mai davvero ubriacata e che non abbia mai lasciato che fumo, di nessun tipo, attraversasse i miei polmoni, sono solo da riferirsi al senso del ridicolo di cui sopra ed alla mia storia familiare.
La mia è la generazione di Christiane F e dello zoo di Berlino e no, non lo leggevamo a scuola come fanno ora, ce lo passavamo sussurrando da quelli con i genitori intelligenti a quelli con i genitori bigotti.
Ho visto gente "per bene" prostituirsi per una dose, morire con una siringa in un braccio. Non era l'alcool il nostro problema
E' anche la generazione del mostro di Firenze (Cicci per chi doveva convivere con la sua, poco piacevole, presenza e con il genius loci che su tutto trionfa)
La lista delle mie stupidaggini è tutto sommato modesta, ma abbastanza lunga da non farmi vergognare della mia gioventù, nè rimpiangere il tempo passato.
Ho buona memoria ed abbastanza letture per sapere che nemmeno l'essere più assennato può crescere se non valicando qualche limite, infrangendo qualche regola, gustando una qualche trasgressione.
Ed è per questo che ho ascoltato con ansia crescente i racconti delle serate trascorse da alcuni ragazzi del rione che gli unni vogliono frequentare, beccati in situazioni parecchio promiscue, in posti parecchio inadatti, con parecchio vino in corpo.
Non mi ha aiutato il sorriso di chi mi ha fatto notare che erano tutti maggiorenni, per cui ad Attila mancano ancora 7 anni buoni.
Maggiorenni e consenzienti, ho scoperto, è un buon inizio per me, ma non abbastanza
E quindi ora sono qui, la vecchia babbiona che non resiste dall'ammansire pistolotti sul rispetto di sè e degli altri ad un ragazzino sbigottito.
Pare facile, ma c'è da tenersi lontani dall'antiquato e stantio moralismo senza incappare nel (falsamente) nuovo e sempre ingannevole "ogni lasciata è persa".
Non sono un tipo da feste paesane.
Il mio senso del ridicolo è molto sviluppato e, purtroppo per me, non si esercita solo sugli altri.
Anzi.
In più, non ditelo a nessuno, le sfilate di carri mi annoiano oltre misura.
Evitare certi ritrovi, però non mi ha impedito negli anni di assistere (e occasionalmente partecipare) a tutte quelle attività risibili, disgustose, stupide, pericolose, tipiche dell'adolescenza e della prima giovinezza.
Giusto due esempi
Sono andata in spiazzi di aperta campagna a fare testacoda con macchine nuove guidate da neopatentati convinti di essere novelli James Dean.
Siccome siamo sempre tornati tutti sani, quello che ricordo è che mi sono divertita come una matta.
Mi sono trovata, lontana da casa e con una profonda delusione da digerire, in un letto straniero con uno che (giustamente) si aspettava cose che però non avevo davvero intenzione di fare.
Siccome, era intelligente (lui), di tutta la faccenda mi è rimasto solo un bell'insegnamento.
Ho raccolto capelli in code che erano pugni, e retto teste, scosse da conati, ho scrutato incarnati verdognoli e pupille come capocchie di spilli. Il fatto che non mi sia mai davvero ubriacata e che non abbia mai lasciato che fumo, di nessun tipo, attraversasse i miei polmoni, sono solo da riferirsi al senso del ridicolo di cui sopra ed alla mia storia familiare.
La mia è la generazione di Christiane F e dello zoo di Berlino e no, non lo leggevamo a scuola come fanno ora, ce lo passavamo sussurrando da quelli con i genitori intelligenti a quelli con i genitori bigotti.
Ho visto gente "per bene" prostituirsi per una dose, morire con una siringa in un braccio. Non era l'alcool il nostro problema
E' anche la generazione del mostro di Firenze (Cicci per chi doveva convivere con la sua, poco piacevole, presenza e con il genius loci che su tutto trionfa)
La lista delle mie stupidaggini è tutto sommato modesta, ma abbastanza lunga da non farmi vergognare della mia gioventù, nè rimpiangere il tempo passato.
Ho buona memoria ed abbastanza letture per sapere che nemmeno l'essere più assennato può crescere se non valicando qualche limite, infrangendo qualche regola, gustando una qualche trasgressione.
Ed è per questo che ho ascoltato con ansia crescente i racconti delle serate trascorse da alcuni ragazzi del rione che gli unni vogliono frequentare, beccati in situazioni parecchio promiscue, in posti parecchio inadatti, con parecchio vino in corpo.
Non mi ha aiutato il sorriso di chi mi ha fatto notare che erano tutti maggiorenni, per cui ad Attila mancano ancora 7 anni buoni.
Maggiorenni e consenzienti, ho scoperto, è un buon inizio per me, ma non abbastanza
E quindi ora sono qui, la vecchia babbiona che non resiste dall'ammansire pistolotti sul rispetto di sè e degli altri ad un ragazzino sbigottito.
Pare facile, ma c'è da tenersi lontani dall'antiquato e stantio moralismo senza incappare nel (falsamente) nuovo e sempre ingannevole "ogni lasciata è persa".
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