giovedì 3 ottobre 2019

Festa dell'uva..ovvero lo spirito di un paese

Al Paesello, l'ultima domenica di settembre si festeggia l'uva, la vite ed il vino.
Chi ha voglia (e per fortuna sono tanti), dopo il lavoro, si trasferisce al rione e passa tutto il mese, a costruire il carro, cucire costumi, creare accessori e provare balletti.
L'organizzazione dello spettacolo non è una quisquilia.
Se, infatti, state immaginando due grappoli appoggiati sul pianale di un rimorchio e portati in giro per le vie del paese, ripensateci.
Il progetto e la realizzazione sono affidati ad ingegneri ed artigiani sopraffini, i costumi realizzati da sarte provette sotto l'occhio attento di chi, per lavoro, crea (o controlla) filiere produttive di tutto rispetto, ci sono veri e propri artisti e fior di professionisti che prestano le loro competenze perchè tutto funzioni, ma tutti i rionali contano chè tutti sanno usare un po' di colla a caldo e se ti scotti, è per una buona causa.
Mentre trapani e aghi lavorano, i figuranti provano a gruppi la loro parte della coreografia: i bimbi nello spiazzo antistante il cantiere vero e proprio, i grandi dove si può: al palazzetto dello sport, al campo sportivo, nei campi da calcio, calcetto, tennis, nel piazzale di qualche area industriale opportunamente illuminata con fari alimentati da generatori portatili.
Si prova ovunque e, da una certa data in poi, si prova sempre.
I coreografi (rionali o prezzolati) diventano a mano a mano sempre più afoni, spiritati e scoraggiati, chè nemmeno un Nuereyev esaltato avrebbe mai potuto pensare di fare andare a tempo e, soprattutto, all'unisono più di quattrocento persone di tutte le età, forme e dimensioni, gente che balla solo per la festa, gente che balla da una vita e, a volte, di danza vive.
Si prova ovunque, certo, ovunque, tranne in piazza, perchè in piazza si prova una volta sola, il sabato notte, solo per mezz'ora e solo nell'ordine di sfilata, con tutti gli altri lì, pronti a "uccellare", a giudicare la coreografia, a cercare di capire come viene il loro spettacolo e quello altrui.
E poi, sempre un po' scorati, si torna in sede e si "inchicca" fino all'alba chè gli acini non amano essere appiccicati al compensato col vinavil e quindi tocca farlo all'ultimissimo momento giusto in tempo per portare i carri al punto di partenza all'ora e nell'ordine stabiliti
Naturalmente in tutto questo impegno, il supporto morale e materiale non può mancare
Le cucine industriali in dotazione ad ogni rione, producono cene a pieno regime: "normali", vegetariane, vegane, gluten free, nessun problema, basta avvertire.
Solo gli schizzinosi non sono ammessi chè sui lunghi tavoli, fino a cinque minuti prima che la cena sia servita si taglia, si cuce, si incolla, e sulle teste dei commensali, penzolano, perchè non si sciupino, le parti più voluminose o dedicate dei costumi
I canti goliardici si sprecano; salaci e non di rado volgari, riguardano tutti i rioni, spesso anche il proprio, per gentile concessione di un paroliere altrui particolarmente ispirato
Dormire diventa una mera possibilità e, via via che i giorni passano, la possibilità si fa sempre più remota.
Però ne vale la pena
Il rione che quest'anno ha vinto (il nostro) ha portato in piazza il mito di Dioniso e Ampelo, Parche comprese, perchè l'uva ed il vino possono anche dare una mano contro i pregiudizi
Vi lascio immaginare cosa non è successo il lunedi al "funerale", il momento cioè in cui, vinti e vincitori, mettono in scena la presa in giro delle pecche altrui.
Amo questo posto






lunedì 23 settembre 2019

Odori

Mio suocero ha superato la fase critica.
E' in un centro riabilitazione vicino a casa e stupisce tutti con la sua capacità di ripresa.
La logopedista dubitava di riuscire a fargli esprimere bisogni essenziali, lui invece si sforza di parlare con i nipoti di sport e dell'inizio della scuola
Il posto è bello: una grande villa immersa nel verde, con reception bianca, luci tipo design, bel bar con divani e poltrone modello LC2 le corbusier, gazebi e fiori negli orci.
Le stanze sembrano quelle di un albergo di buon livello, ma pensato per una clientela di professionisti in trasferta: parquet a listoni, mobili tinti scuro, poltroncine e carta da parati a righe sottili panna/ecrù
Già.
Bello
Niente a che fare con i "ricoveri" di una volta
L'odore però è quello: un misto di disinfettante e fluidi corporei, di cibo distribuito con i carrelli e sofferenza.
Mio cognato dice che è meglio prolungare la degenza a carico del servizio nazionale il più possibile e poi vedere, che sarebbe più tranquillo sapendolo accudito e seguito professionalmente piuttosto che affidato ad un aiuto domestico e alle nostre attenzioni, necessariamente ritagliate da altri spazi e da altri impegni.
Mi è caro mio cognato
Ma non so quanto capisca
Andiamo comunque tutti i giorni
La nostra quotidianità è comunque cambiata per fare spazio a questa nuova esigenza, non tornerà quella che era prima.
Prima nessuno aveva bisogno, adesso una persona cara non è più autonoma
Non sono fatti miei, posso solo dare una mano.
E certo sarebbe più comodo
Però quell'odore non è giusto.
Non è l'odore di casa sua
A lui non piace
E nemmeno a me
 

martedì 10 settembre 2019

Ritorni

E' tanto che non scrivo, troppo.
Prima non ho scritto, perchè c'erano tante cose belle e, si sa, le cose belle vanno godute non descritte. Se ti fermi e le immortali, le racconti, cerchi di dare loro una forma, infatti quelle, giustamente, si stufano e passano.
Poi, non ho scritto, perchè ne è successa una brutta, una di quelle che non puoi permetterti di fermarti a pensarci su, perchè c'è da fare e ci penserai, se servirà, quando potrai.
Ora sei qui, presa da mille vortici e ti senti un po' come quando facevi il bagno da bambina col mare molto mosso e ti divertivi a saltare i cavalloni (è pericoloso, lo sai). Bastava sbagliare una traiettoria e finivi sotto, in un groviglio di gambe e braccia, senza alcuna consapevolezza di dove fosse il cielo e dove, invece, si trovasse il mare e qualche volta, serviva una mano pietosa che ti acchiappasse e tirasse su, sputacchiante e senza fiato.
In tutto questo, l'estate è stata splendida
Il ritorno, amaro
Siamo di nuovo alle prese con il ciclo della vita
Abbiamo ricevuto affetto, sostegno, assistenza, è il momento di dare
Speriamo di essere in grado

lunedì 1 luglio 2019

Felice. Con sensi di colpa

In questo periodo sono felice.
Felice è una parola grossa, una di quelle che dalle mie parti si usano con parsimonia.
E' una questione di pudore, forse, di scaramanzia, o solo la consapevolezza che se c'è uno stato transitorio nell'esistenza, quello è senz'altro la felicità.
La felicità è cosa fragile, effimera, un'alchimia tanto preziosa quanto instabile.
Se dura troppo diventa subito un'altra cosa: serenità, allegria, gioia, completezza, sicurezza.
Se dura troppo e non è diventata un'altra cosa, è segno che sono venuti a mancare ancoraggi importanti con la realtà.
E in effetti una ragione per cui sono felice è che ho tagliato certi ancoraggi.
Ho messo da parte la smania di leggere commenti e prese di posizione su cose che ritengo sbagliate, il desiderio di spiegare, di mostrare, il rifiuto di comprendere che non c'è un vero dialogo, la ricerca all'esterno, di giudizi più saggi da persone qualificate o solo che vivono all'estero.
Ho accettato che la ricerca di dialogo è spesso inutile, perchè non c'è volontà, che i giudizi si sprecano anche e spesso per vanagloria, superficialità, desiderio di dirsi diversi senza considerare (a volte sapere) da quale pulpito di parla
Mi sono ritirata nel mio "particulare", qui dove i figli crescono bene e possono fare prove di libertà, dove la bellezza dilaga, dove si possono ancora fare conversazioni intelligenti, dove le cose che mi servono ci sono e funzionano, dove non tutto è un prodotto o un servizio, dove  si può fare (e non solo dire) in favore di chi ha bisogno, dove si può lavorare e, col lavoro, levarsi qualche sfizio.
Qui dove posso, se non fregarmene, distrarmi un po' dal resto del mondo   
Peccato che poi mi senta in colpa

venerdì 21 giugno 2019

A cena con Greta

Dovevamo essere 9 amiche
9 donne a cui dovevano aggiungersi, per il tempo strettamente necessario a buttare giù un boccone, i 3 maschi di casa.
Ci eravamo messe d'accordo con il classico metodo del "icchè c'è, c'è": ognuna portava qualcosa quello che aveva o che poteva, considerando che una cena di martedì sera, in un periodo che per molte è di super lavoro, è più che altro una scusa.
Io, naturalmente, avevo trovato il tempo di fare un dolce al cioccolato (più calorie che atomi), una zuppiera di cous cous e anche qualcos'altro, perchè l'idea che uno possa uscire da casa mia senza essere sazio, confligge con i miei istinti primordiali
Alle 19,30 il conteggio segnava 20 persone: 7 ragazzi, 2 maschi adulti e 11 donne.
È  stato allora che è arrivata Greta, si è seduta in un angolo e ha cominciato a sorridere.
Io e Greta abbiamo idee simili, solo che lei combatte battaglie e io, invece, seguo senza nemmeno pensarci tradizioni contadine.
In casa mia il vetro non si butta, si riusa tutto: bottiglie, barattoli, contenitori.
In casa mia l'umido va in compostiera sempre, tutto, senza sconti.
In casa mia si mangia rigorosamente stagionale e se becco qualcuno che a dicembre pontifica sull'inquinamento globale mentre spelluzzica lamponi, fragoline di bosco o ciliegie, lo svernicio, perchè io questa frutta la adoro, ma arriva per via aerea chissà da dove, conservata chissà a quale prezzo, e quindi ci rinuncio, senza fare tanto la saputella
In casa mia, prima di comprare qualcosa, si valuta l'imballaggio chè io mi scoccio se i bidoni al momento dell'esposizione settimanale, sono pieni
In casa mia la plastica non è considerata idonea per i prodotti alimentari: non ci si mangia, non ci si beve, non ci si conservano gli alimenti nè crudi, nè cotti chè poi, anche se la lavi, le rimane sempre quell'alone disgustoso di mal pulito che mi fa passare tutta la poesia
L'unica deroga sono i contenitori del gelato (preferibilmente carte d'or) usati per stipare nel congelatore la qualunque
Ergo, in casa mia non ci sono tovaglie, posate e stoviglie di plastica
Greta annuiva  benevola  mentre tiravo fuori il servito della nonna, quello da 18
I bicchieri bassi
L'intero servito di posate
E via via che le amiche arrivavano con salse e salsine per crostini e stuzzichini, una quantità vergognosa di vassoi.
Era ancora con me, alle una, mentre  finivo di rigovernare e la lavastoviglie girava
Mi avesse asciugato un bicchiere!

martedì 11 giugno 2019

fine scuola, inizio estate

Attila aspetta con ansiosa leggerezza la pagella.
Ha passato gli ultimi giorni di scuola a controllare la sua media sul mio account del registro elettronico ed a fare inutili preventivi per un computer cui, al momento, manca solo la caffettiera (il programma per fare il caffè, c'è)
La sacca del karate giace da ieri in mezzo alla sua stanza, aspetta di essere svuotata nel cesto della biancheria sporca, spera, forse, senza speranza che vi provveda una mano pietosa.
Non succederà, ma se me lo chiede, lo aiuterò a ripiegare per bene la cintura marrone in attesa della ripresa a settembre.
L'anno è stato lungo e difficile
Non per i risultati, quelli gli sono sempre venuti facili, a volte troppo.
E' stato difficile perchè questi sono gli anni della crescita, dei cambiamenti fisici, delle emozioni violente e confuse, delle amicizie, delle insicurezze, e del loro intreccio, capace, non di rado, di produrre un mezzo disastro.
Ha sperimentato i rischi dell'autonomia che non è libertà, ma responsabilità (che uggia essere la mamma): non ha studiato materie che non gli piacciono, ha preso un paio di brutti voti, ha ripreso a studiarle, a sbuffare, a venire a ripeterle in cucina (o a chiamare la zia con whatsapp)
Ha vissuto il rifiuto, quello che brucia, chè ci ha messo mesi per trovare il coraggio di dichiararsi alla sua migliore amica e ora è lì, con un no che sembra avere posto fine, nell'imbarazzo, a ciò che c'era ed a ciò che non c'è.
Ha incontrato qualche gatto e qualche volpe, qualcuno di quegli amici che è meglio non avere, troppi dal mio punto di vista, ma a lui non sono ancora bastati per imparare che "amico" è un titolo onorifico di alto valore di quelli che vanno concessi con parsimonia.
E' felice
Totila, la pagella la aspetta con un po' di paura.
Si è costruito l'immagine di quello che non è bravo a matematica e si fa fatica a fargli dipingere un quadro diverso, a fargli vedere che non è affatto vero, che non è una gara e, soprattutto, che se davvero ci tiene tanto, un modo c'è e si chiama impegno.
Vorrei stringerlo forte e rassicurarlo e vorrei scuoterlo (un po' meno) forte e spronarlo.
Trovare l'equilibrio tra il non rafforzare le spinte rinunciatarie mentre non si contribuisce a costruire una personalità schiacciata da mete inarrivabili, non è banale.
Potrebbe essere discalculico, non è cosa che si possa escludere, ci sono forme così lievi che diagnosticarle è difficile
Tolto questo però, il suo anno è stato glorioso: ha giocato, ha riso, ha aggiunto amici alla sua copiosa lista, ha lavorato tanto e bene, con agio e soddisfazione, ha nuotato, scivolando sull'acqua con quelle sue meravigliose mele piene e qualche riccio pazzo sempre fuori dalla cuffia.
Ha sofferto per un amico che si è divertito troppo spesso a provocarlo per poi lamentarsi se incontrava una reazione.
Ha pianto, tutte le volte in cui questo piccolo torturatore lo ha minacciato con la più vile delle minacce, quella che gioca con i sentimenti altrui.
E poi ne è uscito con una maturità, magari non proprio ortodossa, che mi ha reso orgogliosa.
Gli ha tirato un bello spintone davanti a tutti, genitori compresi, e mentre gli dava la mano per farlo rialzare, ha dichiarato a voce alta che se uno provoca in continuazione, il minimo che si può aspettare è che l'altro prima o poi reagisca, non dare noia è la prima regola se non vuoi che te ne diano.
Quanto all'amicizia, pare che uno che smette di essere amico, non sia mai stato amico.
Almeno a 9 anni.   
Ha portato avanti tutto da solo la costruzione di un Voltron di lego la cui scatola da sola mi mette soggezione
E' felice
Stamattina, mentre li lasciavo entrambi in piazza, guardandoli avviare verso l'ingresso del centro estivo che si sono scelti, magliette rosse tra cento altre magliette rosse, sorrisi d'ordinanza e animo leggero, ero felice anche io
Potevo quasi sentire, ancora, come è avere davanti una lunga, lunghissima estate da riempire

mercoledì 29 maggio 2019

Wannabe David

Lui è bello
Ha un volto classico: zigomi alti, bocca morbida, bei denti, naso dritto con narici che, forse, a volere essere proprio cattivi, si potrebbero giudicare un po' troppo larghe.
I capelli sono ricci, di un bel biondo caldo che vira al grigio, volutamente scomposti, gli occhioni, blu.
Ha un bel fisico, slanciato ed atletico, ma non troppo, niente di ossessivo; il suo è uno di quei corpi in cui l'attività conta, ma la genetica di più.
Il fatto che abbia da tempo superato i fulgori della gioventù, aggiunge, non toglie.
Anche i modi sono accattivanti, seducenti, ma senza apparente malizia.
Sorride volentieri, è cortese ed affabile, si muove con la tranquilla sicurezza di chi sa che si presenta bene in ogni situazione.
Sa, per esperienza ed istinto, che per lui la prima impressione è un bonus di 100 punti e tante grazie a chi dice che l'apparenza non conta.
Piace, si piace e gli piace.
Lui è un collega con cui ti stai scontrando spesso ultimamente, chè avete un filone di cause intrecciate in comune.
Lui rischia grosso, perchè se non la smette di inventarsi sotterfugi e, beccato, di sgranare gli occhioni come nemmeno  Dolly Parton con la congiuntivite,  potresti finire per schiacciargli il capo solo per vedere cosa ne esce.
Robaccia, comunque