1. E' arrivata la sentenza dell'udienza di qualche giorno fa.
Non dovrò issarmi da sola sul pennone dell'undicesimo piano per servire da monito al foro.
Certo, mo', c'è da eseguirla ed ho la vaga impressione che non sarà una banalità.
Posso sbagliarmi, ma ho il presentimento che non pagheranno "spontaneamente" alla notifica della decisione, e questo ci porterebbe direttamente ad un altro ricorso alle norme comunitarie chè la societàona ha sede a Bruxelles.
Ho già il mal di pancia perchè non mi pare più, di questi tempi, che il sogno europeo proceda verso magnifiche sorti e progressive.
E no, la Grecia è solo il casus belli (e i greci ci si sono impegnati parecchio).
2. Il processo partecipativo sulla scuola è arrivato a termine. Sono state recepite anche alcune delle ultime richieste sulla palestra (utilizzabile anche per attività extrascolastiche in aggiunta al palazzetto che già c'è) e sull'aula polivalente (idem. Però secondo me è piccola), mentre non c'è stato nulla da fare per i campi di basket/pallavolo, pista skate e non so più che cosa, nel parco dove devono sorgere gli edifici: il comune dice che è una area naturale e non è il caso e che, comunque, i soldi sono quelli e ciao. Si vedrà in un secondo momento, per ora dobbiamo farci bastare la convenzione con le associazioni sportive che consente l'uso delle loro strutture all'aperto a chiunque gratuitamente in certi orari pomeridiani (unphf).
La scuola dell'infanzia dovrà essere consegnata per settembre 2016. Vedremo.
3. Dopo tanti anni sto guardando un po' di televisione, poca roba, quello che riesco e che esce dal bilanciamento tra due ovvietà: la tv generalista è inguardabile, questo c'è all'agriturismo familiare.
E insomma, ho una domanda: perchè ogni tre per due c'è una pubblicità con una coppia di omosessuali che invita all'acquisto di questo o quello, ma sono tutti, sempre, solo, maschi? Ce la possiamo fare, chessò, a far proporre due biscotti ad una lei amorevole e zuccerosa mentre un'altra lei altrettanto amorevole e zuccherosa prepara il caffè?
Tranquilli eh, però, anche se non ce la facciamo fa lo stesso, chè tanto io le odio comunque queste mode paracule del marketing figo. E pazienza se rischio che mi prendano per Giovanardi.
mercoledì 15 luglio 2015
venerdì 10 luglio 2015
Macerie
Attila, prima di partire per il mare, ha guardato sconsolato casa ed ha sussurrato: "E' un cumulo di macerie. Era bellissima, mamma, perchè lo avete fatto?", si è voltato, è tornato alla macchina e non è più voluto scendere.
Io, impolverata e sudata, io felice, io convinta della bontà della scelta anche per loro e la loro autonomia, mi sono sentita una grossa cacca di mucca, di quelle che si trovano sui sentieri in montagna, piene di mosche e delle pietruzze tirate dai ragazzini per vedere se affondano ed in quanto tempo.
In un attimo, ho ripensato a quanto è importante la stabilità a quell'età, a quanto le avventure che ci si scelgono da piccoli e ci fanno sentire forti e coraggiosi, quelle che ci allenano per il futuro, ci aiutino a costruirci un bell'equilibrio se attorno, c'è un posto sicuro.
E certo il posto non è fisico, non solo.
Ma togliere per mesi un bambino dalla sua casa, dicendogli che quando tornerà la troverà stravolta, irriconoscibile, forse era cosa da ponderare diversamente.
L'entusiasmo, l'allegria, l'eccitazione, persino, dei grandi, non si sono trasmesse ai piccoli.
Sono certa che, quando potranno prendere possesso dei loro spazi ne saranno lieti, che dopo qualche mese, sembrerà loro normale, che si divertiranno nella stanza dei segreti ricavata nel sottotetto, col suo abbaino e la scala da pompiere, che prima o poi decideranno di non dormire più insieme, ma ognuno nella sua camera, che faranno i compiti sotto la loggia e si accapiglieranno, rincorreranno la gatta, mi faranno uscire pazza di rabbia e di affetto e che tutto tornerà ad essere banale, quotidiano, uguale al giorno prima.
Un posto, ovvio, scontato, magari piacevole, ma "normale" come è una casa finchè è casa.
Ma per ora, siamo al cumulo di macerie
Io, impolverata e sudata, io felice, io convinta della bontà della scelta anche per loro e la loro autonomia, mi sono sentita una grossa cacca di mucca, di quelle che si trovano sui sentieri in montagna, piene di mosche e delle pietruzze tirate dai ragazzini per vedere se affondano ed in quanto tempo.
In un attimo, ho ripensato a quanto è importante la stabilità a quell'età, a quanto le avventure che ci si scelgono da piccoli e ci fanno sentire forti e coraggiosi, quelle che ci allenano per il futuro, ci aiutino a costruirci un bell'equilibrio se attorno, c'è un posto sicuro.
E certo il posto non è fisico, non solo.
Ma togliere per mesi un bambino dalla sua casa, dicendogli che quando tornerà la troverà stravolta, irriconoscibile, forse era cosa da ponderare diversamente.
L'entusiasmo, l'allegria, l'eccitazione, persino, dei grandi, non si sono trasmesse ai piccoli.
Sono certa che, quando potranno prendere possesso dei loro spazi ne saranno lieti, che dopo qualche mese, sembrerà loro normale, che si divertiranno nella stanza dei segreti ricavata nel sottotetto, col suo abbaino e la scala da pompiere, che prima o poi decideranno di non dormire più insieme, ma ognuno nella sua camera, che faranno i compiti sotto la loggia e si accapiglieranno, rincorreranno la gatta, mi faranno uscire pazza di rabbia e di affetto e che tutto tornerà ad essere banale, quotidiano, uguale al giorno prima.
Un posto, ovvio, scontato, magari piacevole, ma "normale" come è una casa finchè è casa.
Ma per ora, siamo al cumulo di macerie
venerdì 3 luglio 2015
Chiaroscuri
Si vede che in questo periodo la schizzofrenia mi si addice o per essere più precisi, si vede che in questo periodo sono portata verso una qualche forma dissociativa.
Il fatto è che Attila frequenta un corso estivo nei laboratori della Specola (si, sempre roba di robotica, ovvio) ragione per cui, per portarlo e riprenderlo io attraverso ogni giorno, due volte al giorno, tutto il centro, da Porta Romana a Piazza della Libertà, due rive dell'Arno e molto di ciò che rende Firenze Firenze.
Ora, io Firenze la amo, la amo perchè è mia in ogni sasso, in ogni tegola, in ogni raggio di luce nitido e preciso ed in ogni zaffata di tramontano, in ogni odore di cucina e strillo lontano, quando l'Arno è un nastro d'argento e quando puzza da dare il vomito, quando ballo, con la bici, sui selciati di pietra serena bocciardata e quando scivolo sui marmi consunti, quando è piena di gente (che un po' rompe le scatole) e quando è vuota e silenziosa, quando attraverso piazze monumetali e quando sbuco nella piazzetta del Limbo.
La amo perchè sono sua, in ogni battutaccia, in ogni volgarità, tutte le volte che preferisco (rischiare di ) perdere un amico che mordermi la lingua e tutte le volte che "ci arrivo" provando e riprovando, quando mescolo pezzi di Storia a tante storie, quando mi arrabbio perchè gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare, ma lasciare perdere non si può, quando piglio il caffè al "barrettino" in Piazza della Signoria e guardo con condiscendenza i giapponesi che divorano il panino col lampredotto alle 10 del mattino, quando mi accorgo che discutere mi fa sentire viva quanto fare l'amore e quando so di essere cinica, sarcastica, pungente e magari un filino scostante chè se ti fermi alla superficie un po' è un problema tuo.
Firenze è casa. Prima.
Poi, è tutto il resto.
Non siamo tutti uguali, c'è chi anela spazi aperti, mondi nuovi, inesplorati.
Io non saprei che farci di un posto senza storia.
E così, ora che me la giro tutte le mattine prima che si vada in scena, mentre la spazzatrice finisce di ripulire piazza Duomo e piazza Pitti, le apine passano a ritirare i cartoni per gli imballaggi appoggiati fuori dai negozi ed i camioncini fanno le consegne, la guardo, oso e non oso.
Si perchè Firenze riesce a fare schifo, ci riesce benissimo.
Riesce ad essere sporca (non come Roma, no, quello è impossibile), sciatta, disordinata. Riesce a sopportare cose insopportabili: venditori abusivi ovunque, questuanti, artisti di strada che di artistico hanno solo il nome, turisti sciattoni e maleducati, incivili, vandali.
Da una settimana hanno ripristinato la chiusura notturna della loggia dei Lanzi e, di giorno, gli ingressi sono contingentati e controllati.
Me ne dispiace, perchè era bellissimo, umanamente ed emotivamente bellissimo, sapere che sempre, in ogni momento, chiunque ne avesse la voglia e la curiosità, poteva girare attorno al Perseo per controllare se davvero dietro all'elmo c'è la faccia del Cellini, o passeggiare attorno al Ratto delle Sabine per apprezzare il movimento ascendente, o anche solo vagabondare tra quei complessi beandosi della propria capacità di vedere il bello senza che importi altro.
Ma la fiducia nell'umanità è malriposta.
Più che altro c'erano bivacchi di panini, gente pronta a farsi un selfie a cavallo dei marzocchi o arrampicata sui piedistalli. E si, se qualcuno se lo chiede ci sono dei custodi, pure attenti, ogni giorno, tutto il giorno. Sono disarmati però. Sarà quello.
La settimana scorsa un canadese ha pisciato in cima alla cupola del Duomo e quando lo hanno fermato e multato si è lamentato ché il buon Brunelleschi non ci aveva nemmeno fatto i bagni lassù in terrazza, poteva pensarci no? E' solo uno, sia chiaro: abbiamo bimbi tedeschi coi pastelli a cera sui marmi, medici statunitensi che staccano dita alle statue dandogli il cinque (glielo darei anch'io, in faccia), australiani attoniti chè, no, ecco, non ci si può tuffare nella fontana del Nettuno in piazza della signoria, nemmeno se sono le tre e si è bevuto il bevibile, giapponesi che brandiscono l'uniposca e turchi lo smalto per unghie, ragazze del nord europa in reggiseno spalmate su ogni aiuola e geni internazionali che scavalcano le spallette dell'Arno. Poi ci sono i ragazzi americani dei semestri all'estero, e quelli sono un mondo a parte, basti pensare che comune, Prefettura e consolato hanno dovuto fare un accordo ad hoc. Per rendere l'idea diciamo solo che un gruppetto, tempo fa, ha incastrato una compagna nella ruota degli esposti del Museo degli Innocenti, appena restaurata, ha poi chiesto aiuto perchè non c'era verso di farla uscire ed infine ha malmenato i due guardiani rei di voler chiamare i carabinieri.
Ecco.
Tutte le volte che mi dicono che questo o quello sono popoli "più" civili, sinceramente penso che abbiano solo un sistema repressivo più efficace.
Non che sia poco, sia chiaro.
E' per questo che rivoglio il capo di piazza, la riapertura del Bargello e tutti i disgraziati almeno per un mese alle Burella chè di un Prefetto che dice di non avere gli strumenti non so che farmene.
Soprattuto se poi, miracolo, escono certe foto sui giornali ed il giorno dopo spuntano divise dappertutto.
Però poi penso all'ultima mostra al forte belvedere, ai corsi per ragazzi ed alle loro sedi, ai locali e localini che stanno aprendo, a queste benedette due linee della tramvia che cambieranno di molto la qualità della mia vita, al teatro dell'Opera che, incredibile, darà opere e concerti per tutto luglio ed anche ai muratori in divisa che ieri, scoprendosi osservati da un gruppo di turisti, hanno sornionamente spiegato che se rifai un tetto in centro non puoi vestirti male, e vedo una città che si muove, che ci prova che si è un po' rotta le scatole e, come sempre, fa da sé e...insomma sono in bilico tra la rabbia e l'orgoglio.
E con quell'Oriana lì ci avrei litigato volentieri
PS
Ma che cosa carina che ho trovato!
Fosse vera, sarebbe un sogno
http://lapiazzadeldirettore.corrierefiorentino.corriere.it/2015/07/01/il-sindaco-in-armi-il-degrado-e-la-caccia-agli-sponsor/?refresh_ce-cp
Il fatto è che Attila frequenta un corso estivo nei laboratori della Specola (si, sempre roba di robotica, ovvio) ragione per cui, per portarlo e riprenderlo io attraverso ogni giorno, due volte al giorno, tutto il centro, da Porta Romana a Piazza della Libertà, due rive dell'Arno e molto di ciò che rende Firenze Firenze.
Ora, io Firenze la amo, la amo perchè è mia in ogni sasso, in ogni tegola, in ogni raggio di luce nitido e preciso ed in ogni zaffata di tramontano, in ogni odore di cucina e strillo lontano, quando l'Arno è un nastro d'argento e quando puzza da dare il vomito, quando ballo, con la bici, sui selciati di pietra serena bocciardata e quando scivolo sui marmi consunti, quando è piena di gente (che un po' rompe le scatole) e quando è vuota e silenziosa, quando attraverso piazze monumetali e quando sbuco nella piazzetta del Limbo.
La amo perchè sono sua, in ogni battutaccia, in ogni volgarità, tutte le volte che preferisco (rischiare di ) perdere un amico che mordermi la lingua e tutte le volte che "ci arrivo" provando e riprovando, quando mescolo pezzi di Storia a tante storie, quando mi arrabbio perchè gli è tutto sbagliato gli è tutto da rifare, ma lasciare perdere non si può, quando piglio il caffè al "barrettino" in Piazza della Signoria e guardo con condiscendenza i giapponesi che divorano il panino col lampredotto alle 10 del mattino, quando mi accorgo che discutere mi fa sentire viva quanto fare l'amore e quando so di essere cinica, sarcastica, pungente e magari un filino scostante chè se ti fermi alla superficie un po' è un problema tuo.
Firenze è casa. Prima.
Poi, è tutto il resto.
Non siamo tutti uguali, c'è chi anela spazi aperti, mondi nuovi, inesplorati.
Io non saprei che farci di un posto senza storia.
E così, ora che me la giro tutte le mattine prima che si vada in scena, mentre la spazzatrice finisce di ripulire piazza Duomo e piazza Pitti, le apine passano a ritirare i cartoni per gli imballaggi appoggiati fuori dai negozi ed i camioncini fanno le consegne, la guardo, oso e non oso.
Si perchè Firenze riesce a fare schifo, ci riesce benissimo.
Riesce ad essere sporca (non come Roma, no, quello è impossibile), sciatta, disordinata. Riesce a sopportare cose insopportabili: venditori abusivi ovunque, questuanti, artisti di strada che di artistico hanno solo il nome, turisti sciattoni e maleducati, incivili, vandali.
Da una settimana hanno ripristinato la chiusura notturna della loggia dei Lanzi e, di giorno, gli ingressi sono contingentati e controllati.
Me ne dispiace, perchè era bellissimo, umanamente ed emotivamente bellissimo, sapere che sempre, in ogni momento, chiunque ne avesse la voglia e la curiosità, poteva girare attorno al Perseo per controllare se davvero dietro all'elmo c'è la faccia del Cellini, o passeggiare attorno al Ratto delle Sabine per apprezzare il movimento ascendente, o anche solo vagabondare tra quei complessi beandosi della propria capacità di vedere il bello senza che importi altro.
Ma la fiducia nell'umanità è malriposta.
Più che altro c'erano bivacchi di panini, gente pronta a farsi un selfie a cavallo dei marzocchi o arrampicata sui piedistalli. E si, se qualcuno se lo chiede ci sono dei custodi, pure attenti, ogni giorno, tutto il giorno. Sono disarmati però. Sarà quello.
La settimana scorsa un canadese ha pisciato in cima alla cupola del Duomo e quando lo hanno fermato e multato si è lamentato ché il buon Brunelleschi non ci aveva nemmeno fatto i bagni lassù in terrazza, poteva pensarci no? E' solo uno, sia chiaro: abbiamo bimbi tedeschi coi pastelli a cera sui marmi, medici statunitensi che staccano dita alle statue dandogli il cinque (glielo darei anch'io, in faccia), australiani attoniti chè, no, ecco, non ci si può tuffare nella fontana del Nettuno in piazza della signoria, nemmeno se sono le tre e si è bevuto il bevibile, giapponesi che brandiscono l'uniposca e turchi lo smalto per unghie, ragazze del nord europa in reggiseno spalmate su ogni aiuola e geni internazionali che scavalcano le spallette dell'Arno. Poi ci sono i ragazzi americani dei semestri all'estero, e quelli sono un mondo a parte, basti pensare che comune, Prefettura e consolato hanno dovuto fare un accordo ad hoc. Per rendere l'idea diciamo solo che un gruppetto, tempo fa, ha incastrato una compagna nella ruota degli esposti del Museo degli Innocenti, appena restaurata, ha poi chiesto aiuto perchè non c'era verso di farla uscire ed infine ha malmenato i due guardiani rei di voler chiamare i carabinieri.
Ecco.
Tutte le volte che mi dicono che questo o quello sono popoli "più" civili, sinceramente penso che abbiano solo un sistema repressivo più efficace.
Non che sia poco, sia chiaro.
E' per questo che rivoglio il capo di piazza, la riapertura del Bargello e tutti i disgraziati almeno per un mese alle Burella chè di un Prefetto che dice di non avere gli strumenti non so che farmene.
Soprattuto se poi, miracolo, escono certe foto sui giornali ed il giorno dopo spuntano divise dappertutto.
Però poi penso all'ultima mostra al forte belvedere, ai corsi per ragazzi ed alle loro sedi, ai locali e localini che stanno aprendo, a queste benedette due linee della tramvia che cambieranno di molto la qualità della mia vita, al teatro dell'Opera che, incredibile, darà opere e concerti per tutto luglio ed anche ai muratori in divisa che ieri, scoprendosi osservati da un gruppo di turisti, hanno sornionamente spiegato che se rifai un tetto in centro non puoi vestirti male, e vedo una città che si muove, che ci prova che si è un po' rotta le scatole e, come sempre, fa da sé e...insomma sono in bilico tra la rabbia e l'orgoglio.
E con quell'Oriana lì ci avrei litigato volentieri
PS
Ma che cosa carina che ho trovato!
Fosse vera, sarebbe un sogno
http://lapiazzadeldirettore.corrierefiorentino.corriere.it/2015/07/01/il-sindaco-in-armi-il-degrado-e-la-caccia-agli-sponsor/?refresh_ce-cp
venerdì 26 giugno 2015
Di brindisi notturni con le amiche, udienze e possibili correlazioni
Ieri sera ho lasciato la famigliola davanti a Jurassic park e sono uscita per brindare con delle amiche alla fine della scuola.
Certo invece di metterci in tiro e "calare" in città, ci siamo sfilate, con il consueto sospiro di sollievo, gli abiti più o meno eleganti del giorno e abbiamo scalciato via i tacchi
Se a 15 anni ci saremmo probabilmente "montate" in vista di una simile occasione, ieri sandali bassi e vestitini di cotone andavano per la maggiore.
Del resto non ci eravamo date appuntamento in uno dei locali alla moda della città, ma sulla terrazza della locale casa del popolo e pazienza se a fare servizio c'era tutta gente conosciuta....quando si è belle, si è belle, quando non lo si è, la penombra aiuta, il buio risolve.
Non è stata una serata epocale, è stata una serata divertente, piena di chiacchiere e risate, di sciocchezze e cose serie, di buona scuola e professori starnazzanti, di scuola rubata ed insegnanti vessati, di corsi di yoga canterini e ricette, di idee per settembre-che-però-per-fortuna-è-lontano e programmi per le vacanze, di bonarie prese in giro e qualche pettegolezzo.
Insomma il solito: chiacchiere tra donne, all'aperto, di notte, quando il caldo si stempera e il tempo si dilata.
Questa mattina però io avevo un udienza di quelle che aspetti da una vita, ma che quando arrivano è sempre troppo presto.
Un'udienza in corte d'appello su un rinvio indietro della Cassazione, sulla materia del mio cuore, con una controparte che negli altri gradi, essendo una societàona, schierava lo studione milanese da 80 nomi per sede, 15 sedi e altezzosità commisurata all'insieme.
Insomma sono entrata con le gambe molli, bella tesa, chè non si era costituito in giudizio nessuno e non c'era nessuno neanche per l'udienza, ragione per cui pensavo di avere sbagliato una notifica, un termine, di essere decaduta, avere mandato tutto all'aria e meritare l'esposizione al pubblico ludibrio da eseguirsi mediante reclusione in una gabbia di ferro da appendere al pennone dell'undicesimo piano finchè morte non sopraggiunga, ma solo dopo l'intervenuta condanna per responsabilità professionale con risarcimento del danno stabilito in misura ben oltre il massimale della mia polizza ed istantanea espropriazione della casa (ma porc...proprio ora?)
Mi siedo e il presidente prima mi dice di avere controllato bene ogni formalità perchè gli sembrava strano che nessuno si fosse costituito, però è tutto a posto. Poi mi chiede scusa.
Scusa?
Cioè davvero, scusa?
Mai sentito un giudice chiedere scusa, ma davvero, proprio mai.
Giusto se ti pesta un piede. Forse.
Pensavo non fosse possibile, e invece me lo ha pure ripetuto, certo ci ha tenuto a precisare che non era colpa sua (sia mai, ora, questo, sarebbe davvero stato pretendere troppo), ma in effetti, secondo lui la pronuncia resa dalla corte era davvero imbarazzante (!), dal momento che sarebbe bastato leggere il testo del regolamento Ce.
Alla fine ho persino rinunciato ai termini per memorie.
Così se mi ridanno torto mi tocca issarmici da sola sul pennone dell'undicesimo.
Quindi è deciso: da ora in avanti tutte le sere prima di un'udienza di cui ho paura, io berrò.
Da ubraica, mi sa, mi vengono meglio
Certo invece di metterci in tiro e "calare" in città, ci siamo sfilate, con il consueto sospiro di sollievo, gli abiti più o meno eleganti del giorno e abbiamo scalciato via i tacchi
Se a 15 anni ci saremmo probabilmente "montate" in vista di una simile occasione, ieri sandali bassi e vestitini di cotone andavano per la maggiore.
Del resto non ci eravamo date appuntamento in uno dei locali alla moda della città, ma sulla terrazza della locale casa del popolo e pazienza se a fare servizio c'era tutta gente conosciuta....quando si è belle, si è belle, quando non lo si è, la penombra aiuta, il buio risolve.
Non è stata una serata epocale, è stata una serata divertente, piena di chiacchiere e risate, di sciocchezze e cose serie, di buona scuola e professori starnazzanti, di scuola rubata ed insegnanti vessati, di corsi di yoga canterini e ricette, di idee per settembre-che-però-per-fortuna-è-lontano e programmi per le vacanze, di bonarie prese in giro e qualche pettegolezzo.
Insomma il solito: chiacchiere tra donne, all'aperto, di notte, quando il caldo si stempera e il tempo si dilata.
Questa mattina però io avevo un udienza di quelle che aspetti da una vita, ma che quando arrivano è sempre troppo presto.
Un'udienza in corte d'appello su un rinvio indietro della Cassazione, sulla materia del mio cuore, con una controparte che negli altri gradi, essendo una societàona, schierava lo studione milanese da 80 nomi per sede, 15 sedi e altezzosità commisurata all'insieme.
Insomma sono entrata con le gambe molli, bella tesa, chè non si era costituito in giudizio nessuno e non c'era nessuno neanche per l'udienza, ragione per cui pensavo di avere sbagliato una notifica, un termine, di essere decaduta, avere mandato tutto all'aria e meritare l'esposizione al pubblico ludibrio da eseguirsi mediante reclusione in una gabbia di ferro da appendere al pennone dell'undicesimo piano finchè morte non sopraggiunga, ma solo dopo l'intervenuta condanna per responsabilità professionale con risarcimento del danno stabilito in misura ben oltre il massimale della mia polizza ed istantanea espropriazione della casa (ma porc...proprio ora?)
Mi siedo e il presidente prima mi dice di avere controllato bene ogni formalità perchè gli sembrava strano che nessuno si fosse costituito, però è tutto a posto. Poi mi chiede scusa.
Scusa?
Cioè davvero, scusa?
Mai sentito un giudice chiedere scusa, ma davvero, proprio mai.
Giusto se ti pesta un piede. Forse.
Pensavo non fosse possibile, e invece me lo ha pure ripetuto, certo ci ha tenuto a precisare che non era colpa sua (sia mai, ora, questo, sarebbe davvero stato pretendere troppo), ma in effetti, secondo lui la pronuncia resa dalla corte era davvero imbarazzante (!), dal momento che sarebbe bastato leggere il testo del regolamento Ce.
Alla fine ho persino rinunciato ai termini per memorie.
Così se mi ridanno torto mi tocca issarmici da sola sul pennone dell'undicesimo.
Quindi è deciso: da ora in avanti tutte le sere prima di un'udienza di cui ho paura, io berrò.
Da ubraica, mi sa, mi vengono meglio
mercoledì 17 giugno 2015
desideri schizzofrenici
Siamo da mia nonna da quasi un mese.
Nello slang familiare questa sistemazione ha acquisito un nome proprio: "l'agriturismo".
Il battesimo le attribuisce una duplice importanza: da un lato segna un'acquisita stabilità nella precarietà, visto che solo ciò che entra nella quotidianità merita un suo nome ed un suo ruolo. Dall'altro la scelta di questo nome, e non di un altro, dà la misura di quanto si stia rivelando piacevole vivere in quella vecchia e malandata casa. A noi, infatti, gli agriturismi piacciono molto e sono la formula che scegliamo più spesso per le nostre vacanze in montagna.
Certo qui nessuno offre colazioni pantagrueliche o consegna pane fresco dalle 7 del mattino, però la sera al ritorno trovo le primizie dell'orto nel paniere vicno all'ingresso, i fiori di zucca sul tavolo e i ravanelli a bagno nella ciotola sull'acquaio.
La connessione internet è pressochè inesistente (niente rete, un nuovo contratto ci sembrava inutile, contavamo sulla connessione di telefoni e tablet, ingenui), televisione solo in chiaro sul satellite (ho scoperto che fanno ancora i quiz pre tg!) film e cartoni da scegliere tra quelli che il babbo, previdente, ha stipato su un hard disk esterno prelevandoli dal nas di casa, in numero limitato quindi e comunque visibili solo dal computer piazzato strategicamente nel salottino al primo piano.
Insomma, un'aria di vacanza e di vita semplice.
E lo so che, noi, tutto sommato, questo abbiamo sempre, non viviamo in pieno centro o in qualche quartiere periferico ad alta densità abitativa. I caprioli che "allietano" le nostre notti scrocchiando (abbaiando?) ai pericoli sono gli stessi qua e là; ciononostante la sensazione è diversa.
Ed in me si risvegliano desideri che la mia parte logica e razionale pensava di avere superato.
Mi trovo col metro in mano a misurare vecchi muri ed a sognare nuove distribuzioni per vecchi spazi.
E' follia, lo so, sto ristrutturando casa, ho scelto definitivamente il nuovo parquet ieri, mi dibatto tra cotto (ancora?), listoni di legno industriale e monocotture di legno tarocco per il vecchio annesso, faccio bonifici di acconti a questo ed a quello, ho i consueti travasi di bile col comune e....e sogno, sogno e sogno ancora e più di sempre di rimettere a posto questa vecchia casa.
I vecchi progetti, disegnati su fogli di carta millesimata persi trent'anni fa, mi tornano alla mente come se li avessi buttati giù un'ora prima, ne vedo le ingenuità e le soluzioni intelligenti, aggiusto, limo, immagino.
Ho persino giocato al superenalotto.
E si, me ne vergogno.
Nello slang familiare questa sistemazione ha acquisito un nome proprio: "l'agriturismo".
Il battesimo le attribuisce una duplice importanza: da un lato segna un'acquisita stabilità nella precarietà, visto che solo ciò che entra nella quotidianità merita un suo nome ed un suo ruolo. Dall'altro la scelta di questo nome, e non di un altro, dà la misura di quanto si stia rivelando piacevole vivere in quella vecchia e malandata casa. A noi, infatti, gli agriturismi piacciono molto e sono la formula che scegliamo più spesso per le nostre vacanze in montagna.
Certo qui nessuno offre colazioni pantagrueliche o consegna pane fresco dalle 7 del mattino, però la sera al ritorno trovo le primizie dell'orto nel paniere vicno all'ingresso, i fiori di zucca sul tavolo e i ravanelli a bagno nella ciotola sull'acquaio.
La connessione internet è pressochè inesistente (niente rete, un nuovo contratto ci sembrava inutile, contavamo sulla connessione di telefoni e tablet, ingenui), televisione solo in chiaro sul satellite (ho scoperto che fanno ancora i quiz pre tg!) film e cartoni da scegliere tra quelli che il babbo, previdente, ha stipato su un hard disk esterno prelevandoli dal nas di casa, in numero limitato quindi e comunque visibili solo dal computer piazzato strategicamente nel salottino al primo piano.
Insomma, un'aria di vacanza e di vita semplice.
E lo so che, noi, tutto sommato, questo abbiamo sempre, non viviamo in pieno centro o in qualche quartiere periferico ad alta densità abitativa. I caprioli che "allietano" le nostre notti scrocchiando (abbaiando?) ai pericoli sono gli stessi qua e là; ciononostante la sensazione è diversa.
Ed in me si risvegliano desideri che la mia parte logica e razionale pensava di avere superato.
Mi trovo col metro in mano a misurare vecchi muri ed a sognare nuove distribuzioni per vecchi spazi.
E' follia, lo so, sto ristrutturando casa, ho scelto definitivamente il nuovo parquet ieri, mi dibatto tra cotto (ancora?), listoni di legno industriale e monocotture di legno tarocco per il vecchio annesso, faccio bonifici di acconti a questo ed a quello, ho i consueti travasi di bile col comune e....e sogno, sogno e sogno ancora e più di sempre di rimettere a posto questa vecchia casa.
I vecchi progetti, disegnati su fogli di carta millesimata persi trent'anni fa, mi tornano alla mente come se li avessi buttati giù un'ora prima, ne vedo le ingenuità e le soluzioni intelligenti, aggiusto, limo, immagino.
Ho persino giocato al superenalotto.
E si, me ne vergogno.
giovedì 11 giugno 2015
Chi è senza peccato....dia il primo giudizio
Tra le molte cose che sopporto a malapena non ci sono i giudizi degli altri.
Quelli fanno bene, fanno male, fanno il solletico, fanno parte della vita.
Anzi, meglio conoscerli che avere a che fare con facce sempre sorridenti o, peggio ancora, sempre neutre, dietro alle quali un'opinione si dovrà pure celare. E se non si cela è peggio.
La cosa che mi pesa tanto e di fronte alla quale rischio seriamente di perdere tutta la mia compostezza è l'atteggiamento di chi si scaglia contro il giudizio altrui (sempre e solo maligno, malevolo, invidioso, livoroso e pretestuoso, chè sia mai uno faccia un'osservazione tanto per) usando esattamente lo stesso metodo.
Insomma quelle che si lamentano perchè ritengono che le loro scelte dovrebbero andare esenti da commenti, tanto meno superficiali, commentando in modo ancora più superficiale e malevolo.
La sagra dell'acidità.
E guai a farglielo notare.
Tipo ieri all'ennesimo compleanno di classe: "no guarda io non sopporto quelle che ti chiedono come fai ad occuparti di tutto, da sola, in casa, come se fossi una pazza aspirante alla schiavitù (e fin qui, sei un po' acida magari, ma ci sta) e poi loro senza un aiuto prezzolato o la mamma non si sanno nemmeno cambare le mutande!
E quelle che lavorano tutto il giorno e ti dicono che sei fortunata tu a potere stare con i bambini, mentre magari sei col fiato corto dalla mattina, persa a correre dietro a quello e a quell'altro? e certo è bello per loro, che si levano di torno alle 8 e la sera trovano tutto fatto, ma i figli le chiamano tata o nonna o per nome!
ma la gente i fatti propri quando inizierà a farseli?"
Già, tipo, voi quando?
Quelli fanno bene, fanno male, fanno il solletico, fanno parte della vita.
Anzi, meglio conoscerli che avere a che fare con facce sempre sorridenti o, peggio ancora, sempre neutre, dietro alle quali un'opinione si dovrà pure celare. E se non si cela è peggio.
La cosa che mi pesa tanto e di fronte alla quale rischio seriamente di perdere tutta la mia compostezza è l'atteggiamento di chi si scaglia contro il giudizio altrui (sempre e solo maligno, malevolo, invidioso, livoroso e pretestuoso, chè sia mai uno faccia un'osservazione tanto per) usando esattamente lo stesso metodo.
Insomma quelle che si lamentano perchè ritengono che le loro scelte dovrebbero andare esenti da commenti, tanto meno superficiali, commentando in modo ancora più superficiale e malevolo.
La sagra dell'acidità.
E guai a farglielo notare.
Tipo ieri all'ennesimo compleanno di classe: "no guarda io non sopporto quelle che ti chiedono come fai ad occuparti di tutto, da sola, in casa, come se fossi una pazza aspirante alla schiavitù (e fin qui, sei un po' acida magari, ma ci sta) e poi loro senza un aiuto prezzolato o la mamma non si sanno nemmeno cambare le mutande!
E quelle che lavorano tutto il giorno e ti dicono che sei fortunata tu a potere stare con i bambini, mentre magari sei col fiato corto dalla mattina, persa a correre dietro a quello e a quell'altro? e certo è bello per loro, che si levano di torno alle 8 e la sera trovano tutto fatto, ma i figli le chiamano tata o nonna o per nome!
ma la gente i fatti propri quando inizierà a farseli?"
Già, tipo, voi quando?
martedì 9 giugno 2015
Il sushi sull'aia
Mia cugina e tutta la sua allegra brigata sono stati con noi per dieci giorni
E così fanno 30 su un totale di 70 dalla fine di marzo ad ora: quando stavano a Roma comparivano meno spesso.
Non so se sia un bene per il loro equilibrio, ho l'impressione che la nostalgia pesi tanto in questo periodo e certo i tre cuginetti non prendono bene questi saluti che passano troppo presto dal "benvenuti" all'"arrivederci".
Per noi forse è diverso, abbiamo imparato a prendere ciò che c'è, ma non posso fare a meno di pensare che non deve essere sempre facile partire per le ambizioni e le soddisfazioni di un altro, quando si starebbe bene dove si è.
In ogni caso, chè questi non sono davvero fatti miei, nell'abituale girandola delle loro cene/aperitivi/merende/concerti/saluti e dei nostri impegni quotidiani, siamo riusciti ad incastrare la famosa lezione di sushi.
Il sushi sull'aia funziona così: al mattino chi può, apre la vecchia porta, ignora i giochi che la famiglia accampata (la mia) ha lasciato in giro la sera prima, si fa un caffè con una caffettiera altrui e poi inizia a lavare il riso, e lava e lava e lava, quando è soddisfatto del risultato, lo mette a cuocere con la giusta quantità di acqua, prepara il condimento con l'aceto di riso, il sale e lo zucchero ed il contenitore dove dovrà riposare.
Mentre il riso riposa e si insaporisce, si fa un giro nell'orto, raccatta due ravanelli e tre carote, poi torna alla casa del padre e si scofana un decina di fiori di zucca fritti, chè dove vive, dice, li buttano e non c'è verso di trovarne.
Nel pomeriggio si presenta alla festa dell'asilo e sopporta stoicamente, come tutti, balli e canzoncine, esibizioni di lavoretti e merende.
Infine torna all'aia, affida ai maschi adulti di casa il compito di preparare mojito per tutti, con o senza rum a seconda dell'età, invoca l'indole del vecchio generale e bagnandosi le mani inizia a spiegare.
La mia maestra è stata brava, io un'allieva appassionata, il generale ci ha voluto bene e, siamo certe, in mezzo a mille "sia fatta!" avrebbe assaggiato quelle strane rotelle di pesce crudo, frutti strani, cetrioli e alghe.
Di certo le avrebbe fatto piacere vedere i tavoli apparecchiati sull'aia, bagnati dalla luce fioca e giallastra della lampada, le tazze di vetro da tè usate come ciotola per la salsa di soia, le contorsioni con le bacchette, i bambini (finalmente) golosi, cibi esotici e bottiglie di vernaccia. Avrebbe riso all'esibizione di karate e a quella di danza, tutti rigorosamente a tre, e chissenefrega su c'è chi non frequenta corsi di karate e chi neppure sa cosa siano le danze tradizionali basche.
E ci avrebbe sgridate perchè, in due, non siamo state capaci di mettere in tavola neppure un dolcino.
Fortunatamente, però, mio cugino sa in qual anfratto della cantina è riposta la grappa.
Il sushi sull'aia è bellissimo, ma la mattina dopo la sveglia non dovrebbe suonare.
E così fanno 30 su un totale di 70 dalla fine di marzo ad ora: quando stavano a Roma comparivano meno spesso.
Non so se sia un bene per il loro equilibrio, ho l'impressione che la nostalgia pesi tanto in questo periodo e certo i tre cuginetti non prendono bene questi saluti che passano troppo presto dal "benvenuti" all'"arrivederci".
Per noi forse è diverso, abbiamo imparato a prendere ciò che c'è, ma non posso fare a meno di pensare che non deve essere sempre facile partire per le ambizioni e le soddisfazioni di un altro, quando si starebbe bene dove si è.
In ogni caso, chè questi non sono davvero fatti miei, nell'abituale girandola delle loro cene/aperitivi/merende/concerti/saluti e dei nostri impegni quotidiani, siamo riusciti ad incastrare la famosa lezione di sushi.
Il sushi sull'aia funziona così: al mattino chi può, apre la vecchia porta, ignora i giochi che la famiglia accampata (la mia) ha lasciato in giro la sera prima, si fa un caffè con una caffettiera altrui e poi inizia a lavare il riso, e lava e lava e lava, quando è soddisfatto del risultato, lo mette a cuocere con la giusta quantità di acqua, prepara il condimento con l'aceto di riso, il sale e lo zucchero ed il contenitore dove dovrà riposare.
Mentre il riso riposa e si insaporisce, si fa un giro nell'orto, raccatta due ravanelli e tre carote, poi torna alla casa del padre e si scofana un decina di fiori di zucca fritti, chè dove vive, dice, li buttano e non c'è verso di trovarne.
Nel pomeriggio si presenta alla festa dell'asilo e sopporta stoicamente, come tutti, balli e canzoncine, esibizioni di lavoretti e merende.
Infine torna all'aia, affida ai maschi adulti di casa il compito di preparare mojito per tutti, con o senza rum a seconda dell'età, invoca l'indole del vecchio generale e bagnandosi le mani inizia a spiegare.
La mia maestra è stata brava, io un'allieva appassionata, il generale ci ha voluto bene e, siamo certe, in mezzo a mille "sia fatta!" avrebbe assaggiato quelle strane rotelle di pesce crudo, frutti strani, cetrioli e alghe.
Di certo le avrebbe fatto piacere vedere i tavoli apparecchiati sull'aia, bagnati dalla luce fioca e giallastra della lampada, le tazze di vetro da tè usate come ciotola per la salsa di soia, le contorsioni con le bacchette, i bambini (finalmente) golosi, cibi esotici e bottiglie di vernaccia. Avrebbe riso all'esibizione di karate e a quella di danza, tutti rigorosamente a tre, e chissenefrega su c'è chi non frequenta corsi di karate e chi neppure sa cosa siano le danze tradizionali basche.
E ci avrebbe sgridate perchè, in due, non siamo state capaci di mettere in tavola neppure un dolcino.
Fortunatamente, però, mio cugino sa in qual anfratto della cantina è riposta la grappa.
Il sushi sull'aia è bellissimo, ma la mattina dopo la sveglia non dovrebbe suonare.
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